Matt

Equinozio

Due volte all’anno notte e giorno in parti uguali,
e una volta prevale la notte mentre l’altra è il giorno
a farsi strada, due volte l’equilibrio raccoglie la sua parte
di tenebra e la sua parte di splendore prima della caduta
e il giorno che insegue ed è inseguito si raddensa in scultura.
È la corsa fermata, il miracolo di una moneta in bilico,
né testa né croce ma testa e croce insieme. Così
anch’io vivo l’equinozio quando scorro sul mio viso
di stanchezza la pelle delle mani, e dall’odore
di tabacco si apre il tuo profumo appena suggerito
che mi ferma il cuore e risale in bocca. Accado, allora,
e mi lascio portare, dentro questa cosa che mi fa accadere
affidato al tempo come una foglia nel fiume.
Senza nome, ma con il tuo nome ben inciso.

(Pierluigi Cappello)

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Anna – #2 – Fantasmi

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Improvvisamente aveva sentito alzarsi la peluria sulla nuca. Quella sensazione di quando ti senti osservato senza sapere da chi. Camminava piano, osservava le strade semivuote della sua città. Si prese un attimo per respirare e si voltò, vedendo ciò che si aspettava: nulla. Proseguì per qualche metro, senza che quel senso di piccola persecuzione l’abbandonasse. Accese una sigaretta, si voltò, c’era un uomo che non conosceva, fumava anche lui. Era una mattina tarda, di sole autunnale, perciò si sentiva tranquilla; dopo qualche passo si prese un istante guardando una vetrina e lanciò uno sguardo duro dietro le spalle ritrovando quello dell’uomo di prima, che senza indugi le disse con sicurezza:”tu sei Anna! Anna!”. Lei annuì, non aveva ragione di mentire, ma non capiva chi la stesse riconoscendo. “Io sono Luca”. Prima che l’uomo precisasse il cognome e i tempi a lei non era parso di riconoscerlo. Poi si aprirono i cassetti mentali, il palazzo mentale alla Conan Doyle iniziò ad aprire porte, archivi, soffitte. Lampi.

Treni presi infinite volte da e per Genova, una poltrona trasportata da laggiù ed entrata nella sua prima casa da adulta, notti passate con la macchina ferma sotto un portone, una precisa nottata estiva con lenzuola azzurre e un caldo secco sulla pelle fradicia, il primo e l’ultimo bacio, la furia, le botte, un pomeriggio su una scogliera quando lui le aveva detto ‘il tuo corpo è sacro’, l’acqua di mare sulle ciglia, come lui avesse pianto per suo padre quando mancò, il senso di fierezza che aveva preso lei quando si girò verso un altro futuro dopo l’ultima umiliazione, l’ultimo schiaffo…

Centinaia di istanti allocati dove forse non sarebbero mai tornati a mostrarsi, cosciente della loro esistenza, consapevole del dovere di dimenticarli. Fino a quel momento.

Anna indossa sempre un sorriso, quale che sia lo stato d’animo. Come una forma di amore preventivo agli altri, lei pensa che se sorridi a qualcuno il regalo ti verrà restituito. Le capita di continuo, con persone sconosciute quando è in treno, in metro, in un negozio. Così sorride, dice “ciao” e intanto che lui inizia a svuotare tutta la sua storia da venticinque anni prima ad oggi lei lo osserva. È diverso. Fisicamente diverso, privo di quella luce così baldanzosa negli occhi, privo di capelli, con le labbra piegate in una posa triste, come uno che non ride mai. É abbronzato, del resto viene dal mare, le mani sono nervose, il fisico ancora asciutto considerando il tempo, ma lei continua a chiedersi perché non lo abbia riconosciuto. Annuisce ascoltando, sorride, mormora “aha, sissì, no no” e si chiede se non sia per la volontà di dimenticare, o solo perché non lo avesse osservato bene, o magari perché conservasse di lui una immagine diversa. E poi ad un tratto lo sa perché: perché fa ancora male, dopo secoli, un amore perduto.
Lui parla per un’ora, le offre un caffè, fa alcune domande, poi ci si saluta con un abbraccio veloce. Lui le infila in mano un biglietto da visita, chiamami, e lei torna alle sue occupazioni del sabato. Per giorni si dimentica di tutto, come se il suo cervello avesse fatto un salto da amnesico, un esito di trauma cranico.
Una settimana dopo arriva un messaggio – potenza della rete – che dice così: “Ti va bene lunedì per cena? Dimmi cosa ti piace, e io ti vizierò”. Lei ci pensa tre ore, poi risponde “Odio il giapponese, tutto il resto è ok”.
(To be continued)

Anna #1

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Anna si stende sul letto nel momento in ci il caldo cede e lascia un profumo di stanchezza nell’aria. Ha lavorato, fatto spesa, condotto la giornata come sempre, con in faccia un sorriso e i pensieri concentrati sugli altri. Adesso si quieta, lascia che sia la paura per prima a passarle fra le dita, e i desideri poi. Cosa temo? si chiede mentre già sa che le mani abbandonate in grembo hanno altri pensieri. Ha sempre creduto che amicizia e amore, o comunque i rapporti di affinità, passassero prima dal cervello, poi dal cuore, e inevitabilmente al corpo. Non fa una piega, no? Eppure non riesce a capire come, ora, questa cosa sia diversa da prima. Lascia che una mano si posi sul ventre, ed è consapevole di come sia bello toccarlo, e sentire il calore che produce la mano, e la pace che mette. E insieme fa una cosa diversa, alza un po’ il capo e si guarda, cancellando in un istante la bellezza che é il sentire per lasciar posto alla vacuità della critica feroce di sé: “non sono più bella come prima”. Come se, alla fine, tutto il suo cervello cedesse il posto al mondo fuori, a ragioni che lei ha sempre contestato. Rimette la testa a posto, i capelli come pampini lucidi e dorati intorno al viso, e dirige gli occhi ad un piccolo specchio lì vicino. Quello che vede la fa pensare a un nudo di Modigliani, non fosse che i capelli sono ricci e non raccolti in code severe. Vede pelle bianca, e linee definite. Vede la dolcezza nella sua posa, la profondità degli occhi un po’ troppo grandi, le spalle potenti, i piedi piccoli. La dolcezza delle occhiaie che accarezzano gli zigomi decisi le strappa un sorriso – “avevo le stesse occhiaie da bambina” – ricorda. Chiude gli occhi, e tutto torna dentro qualcosa, dentro ciò che sa di essere. Allora si lascia andare, lascia alle mani la loro lingua, si riconosce in ogni angolo che sfiora, e non ha più paura, e pensa che non deve nascondersi. Lascia che i desideri si prendano la loro parte di cervello, di cuore, di carne.

Aulica del far l’amore

 

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“Una volta o l’altra ti racconterò la mia storia”. Aveva risposto “Raccontamela a letto”. E in fondo é il posto migliore, il posto in cui il dramma si è già consumato. Il dramma più bello, il solo di cui per istinto l’uomo sia capace. E non è per quel momento, il sesso, il fare l’amore o comunque lo si voglia chiamare. È per il momento dopo, quello in cui sei nudo davvero, in cui ti senti così sicuro, così in pace, e così anche indifeso e privo di barriere per cui dire qualcosa senza pudore è perfezione.
Allora è bello raccontare, svelare ciò che sotto la carne sta premendo per prendere corpo, dopo che il corpo ha perso consistenza in qualcosa che lo ha reso bellezza fuori dal tempo, un per sempre dentro (forse) un mai. Così diventa facile lasciar fluire quello che, seduti uno di fronte all’altro, subirebbe il filtro del calcolo o della tattica, della strategia che rimescola parole e pensieri. Non ci sono più paure, invidie, risentimenti, ricatti. Se si è stati liberi, sinceri, è già stato dato tutto. È oltre. È meglio. È di più. E fosse una volta, una uscita dal sentiero, un tonfo da cui ti rialzi, bisogna godersi quel momento lì: quello in cui uno che ami, o uno che non conosci e con cui ti sei scambiato vita, ti sta dando il segreto di sé. Così non diventa squallore, ma splendore.

Lettere mai scritte #2

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Ovunque tu sia, ti stia addosso il mio abbraccio pieno di dolcezza; ti siano vestito le mie braccia calde, ti sia casa la mia bocca tumida, ti sia pace il nido in cui ti accolgo ogni giorno.
Qualunque cosa tu stia facendo, ti accompagni il mio sguardo scuro, gli occhi infossati di sonno, il sorriso nascosto fra le ciglia, la voce sommessa all’orecchio.
Volevo conoscere il te bambino, il tuo giocare in strada, i banchi di scuola, le voci che hai sentito risuonare per i vicoli della città o del paese dei nonni. Volevo conoscere la tristezza velata di tua madre, la forza gioiosa di tuo fratello, il sorriso dei tuoi ragazzi, le radici della tua famiglia nei monti dietro il mediterraneo, nelle vecchie case dagli scuri serrati. E il sole che pettina il mare che ricordi di aver fissato a lungo in gioventù. Volevo sentire la tua voce spaccare i ricordi, ascoltare il racconto di ciò in cui credi incrollabilmente, sentirmi ferita dai mille dolori che sono passati fra il tuo cuore e le tue mani per consegnarti a me così come sei.
Volevo sedermi sulla panca fuori da casa, davanti a te seduto sul tavolo, spingermi fra le tue ginocchia, posare la testa sulle tue gambe e abbracciarle, e dirti che sono in pace.
Volevo camminare per quel bosco vicino, sentire lo scrocchiare di foglie secche fra i piedi, vedere il fiato che fa fumo nell’aria gelata, e sentire la tua mano che cerca fra il giaccone e il maglione infilarsi nel calore della mia pelle, e ridere per i brividi di freddo, scappare di corsa fino a un albero grande, appoggiarmi aspettando che tu mi raggiunga, che mi ci spinga contro per un bacio che sia definitivo.

 

 

Stella

Tiene in mano l’ago con una grazia potente, in modo forte e lieve insieme. La vedi con lo sguardo serio e intento dietro gli occhiali color melanzana che danno al viso un tono più serio, e vedi le mani volare su quel grigiobianco ruvido e corpulento come accarezzando qualcosa di prezioso. Seduta a terra sul molo, i piedi scalzi, le gambe incrociate e scure, i capelli come nidi di rondine dorati, ripara la rete da pesca e hai la sensazione che annusi ogni centimetro quadro che le scorre in mano, come riconoscesse ogni posto dove è stata calata.
Non lo sa Stella, come sia arrivata lì. Fin da bambina, quando i genitori la conducevano in vacanza al mare, era sempre stata affascinata da quegli uomini rinsecchiti e forti, dalle barche che odorano di salsedine e gasolio e vita perduta, e soprattutto dalle reti e da coloro che ne tramavano le forme. Aveva osservato per anni e anni, bambina, ragazza e poi donna, in ogni porto e su ogni spiaggia, quel lavoro paziente e doloroso, un lavoro puzzolente e ruvido, il lavoro di cui si dice “qualcuno lo dovrà pur fare”. Dentro i suoi occhi non vedeva nemmeno le mani operose, vedeva soltanto la rete fluttuare leggera nell’acqua, volare aggraziata sullo sfondo del blu e dell’azzurro e del verde. La vedeva avvolgersi crudele intorno a branchi di pesci stolidi e metallizzati, abbracciare come un traditore creature fragili e sode di vita, e poi chiudersi come un cappio a trattenere guizzi isterici fino a che liberava di nuovo quella massa argento su assi di legno scheggiate. Distoglieva lo sguardo dai morenti, e ritornava alla rete che si rigettava in acqua, a caccia di vita. Così vedeva, e così capiva che doveva essere.
Capitò un giorno, così, si fermò ad osservare gli aggiustareti più a lungo, e un vecchio dalla camicia candida e le mani di carbone si avvicinò e prese le sue mani. “Hai mani di una polena, mani coraggiose. Vieni, ti mostrerò come si fa…”. Così imparò quell’arte umile e persa nel tempo, pazientemente accoccolata accanto a uomini duri di sole e dolci di ritorni. Imparò, e lì si fermò. Una stanza e un fuoco, tutto ciò che aveva. I pescatori del luogo iniziarono ad affidarle lavoro, e lei rimagliò reti e cuori, offrendo di nuovo occasioni di raccolto e calore di braccia. Mentre dentro fioriva di corolle invernali, di ghiaccio intarsiato, e fra i capelli lanosi abitavano ancora sogni e desideri mai accolti. E più dura si faceva dentro, più morbida appariva agli occhi, con quelle braccia dalle movenze lente, il collo disteso al cielo, la pelle caramellata e liscia, il profumo di limoni e sale addosso.
Quando lo vide osservarla seduto su una pila di scotte si spaventò, e si ritrasse istintivamente a suo modo, mostrando qualcosa di orrendo di sé. Perché lui se ne andasse, lei finse di non sentire le sue parole curiose prima, e gli offri il racconto della sua vita poi. Una vita che lei aveva amato e maledetto insieme, una vita da non scrivere mai. Ma lui ogni giorno tornò, lo sguardo paziente e sereno, a sedersi su quella pigna di scotte che pian piano prendeva la sua forma, e così iniziò a prendere forma nel cuore di quella Stella pungente senza che lei potesse opporre la sua pur tenace volontà. Semplicemente diventò un pezzo di lei, accomodandosi come fosse sempre stato lì, riempiendo tutto quel secco vuoto che lei aveva accuratamente custodito e impermeabilizzato per non allagarsi più.
Rimagliava reti con gesti da ricamatrice, e più lui prendeva spazio nei suoi gesti e nelle sue viscere, più il suo lavorare diventava luminoso. Iniziò ad usare fili di colori diversi, come parole più liete, a chiudere con pazienza e amore gli strappi come fossero ferite, a orlare i bordi con colori delicati come fossero gonne da sera. Le sue reti riconsegnate agli sguardi amorosi dei proprietari suscitavano stupore. A volte li accompagnava in barca, le calate del mattino presto che amava, con la luce che viene e la superficie oleosa e specchiata. Calavano, e si fermavano ad osservare la rete nella trasparenza. Adesso prendeva la forma e il colore di una sirena, screziata di verdi cangianti e oro, e poi danzava nell’acqua come una libellula, a tratti trasparente e guizzante, a tratti immobile. A volte aveva l’aspetto di una gigantesca luna rosata, o di una conchiglia pallida, e mille altre forme che le sue mani avevano lasciato uscire. I pescatori guardavano la rete, e guardavano lei in piedi sulla poppa della barca, dritta e asciutta, scura e trasparente insieme; e vedevano le lacrime spuntare da ricci aggrovigliati e fluidi, la presa solida delle mani sul montante di calata, i piccoli piedi con le dita avvolte sul bordo del legno aspro a trattenersi, e leggevano il cuore che pulsava di nuovo, e gli occhi non più oscuri. Aspettava osservando la luce infrangere la linea dell’orizzonte, aspettava di nuovo. Quando il giorno saliva e rendeva l’aria fulgida, scendeva dal bordo della poppa, andava a prua, sedeva -le gambe penzoloni sull’acqua – e mormorava “adesso voglio tornare a casa”. Guardava la riva, il porto, e attendeva l’attracco con un sorriso nascosto nel petto, spettinata dal vento, calda di sole.

 

Silenzi

 

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La Parola è uno dei sintomi dell’affetto
e il Silenzio l’altro.
La comunicazione perfetta
nessuno può udirla.

(Emily Dickinson)

Forse davvero la perfezione è questo. Sapere questo, vedere questo, e poterlo vivere.
Una lunga conversazione aperta, e un lungo silenzio dopo, osservando l’orizzonte. Un lungo scambio di gesti carnali, e un pacificante silenzio sazio dopo. Un pomeriggio di musica che ti fa tacere mentre leggi, uno accanto all’altro, un lembo di gamba accostata, uno sfiorarsi di dita o di sguardo muti. Partecipare ad una festa concitata e scambiarsi un’occhiata in cui ci si dice tutto. Una cena senza il silenzio patetico di chi non ha nulla da dirsi, ma quello attento del gustare insieme i sapori e il vino dentro una conversazione di occhi, di piedi sotto il tavolo, di sorrisi. Non un pensiero maligno che si scosti dalla vicinanza semplice, di cui godere senza curarsi di ciò che sta intorno.