Sonata (brevissima)

 

 

 

Lui era uno che non si accontentava di poco, questo lo aveva capito subito, non foss’altro che per quella inflessione nella voce, un cosiddetto difetto di pronuncia, che faceva sì che certi suoni prendessero più forza e che lui usava come un musicista; metteva al momento giusto i “pianissimo”, quando sapeva come accarezzare la fragilità, o gli “andante con brio” nelle fasi di corteggiamento sapendo di ottenere risate piene dalla gola ormai secca di lei. E quando era il momento, allora dirigeva il suono della voce e del difetto nelle profondità più oscure, lasciando che lei si commuovesse di un particolare stato di attenzione che sembrava riservarle.

A lei piaceva, le piaceva il difetto, il rotolare del suo modo di ridere, l’affanno di quando parlava con lei camminando, il “sottovoce” baritonale dei momenti di fuga. Che dire di lei? Non considerava onta dichiararsi stupida. Di quella stupidità dettata dalla fame, la stessa che spinge un bambino che non mangia da giorni a ringraziare per un pezzo di pane secco. Era altro genere di fame, ed era una fame che avrebbe accettato, non consapevolmente, di prendere un accenno di consenso per un gesto d’amore.
Stupida, appunto.
Quella voce a lei ricordava il canto di una viola da gamba. E ci si era persa. Senza tornare mai più. Ma da sola. Lui aveva smesso di cantare. Almeno per lei.
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Rêve

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A volte reclino la testa.

Metto il naso sotto l’ascella
come fanno certi uccelli
Cerco il mio odore
come il conforto
di sentirsi presenti e vivi
Sto nel silenzio.
Cerco il sonno dei sogni.
Vado dove le ferite
finiscono con l’alba.

Tirami fuori

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Per avvicinarsi alla sconosciuta è necessario smettere di essere l’uomo invisibile. Lei dice, con ogni suo atto, che l’unico mistero è la confidenza futura. La bocca dell’uomo invisibile si avvicina allo specchio?
Tirami fuori da questo testo, vorrò dirle, mostrami le cose chiare e semplici, le grida chiare e semplici, la paura, la morte, il suo istante Atlantide durante la cena in famiglia.

 

Roberto Bolaño – Tre (SUR, 2017)

Ultimo metrò

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Una moltitudine solitudine

viaggia accanto
dentro una spasmodica distrazione
e la pena degli sguardi disattesi.
È vergine la curva del giovane collo
chino su parole luminose
e osceno il capo ciondolante e sudato
sullo sfondo della velocità,
vicini di destini diversi
Nemmeno questo pigiare di carne
mescola di odori
cloaca di giorni sul finire
scatena tenerezza nel gregge.
Alzare gli occhi su altri è un attacco.
E il sorriso che piega le mie labbra
insulsa utopia che mendica
lasciata ad un pensiero di scherno.
Se vuole sedersi le cedo il posto.
Scende alla prossima?
Scarnificare parole
celando
dentro
disperata fame
dell’altro.

Cisterna

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Le cose che succedono non si vedono. I pensieri sono una gragnola di colpi, come quelli di un fucile a pallettoni.

Ho sempre pensato che gli uomini si siedano a gambe larghe non tanto per comodità, ma per mostrare il potere del loro sesso. È nella loro natura.
Ho letto che le donne in certi campi profughi, dove vengono stuprate ogni giorno, fanno fiori con gli stracci e li appendono nelle baracche o nelle tende per mostrare qualcosa di bello e dignitoso ai loro bambini.
Lo Stato in cui vivo, con il governo attuale, mi rende permanentemente spaventata e/o incazzata e triste. Sento la violenza sopraffarmi, non è una bella percezione.
I sogni sono il luogo dove pratico l’altra me, in una forma di bipolarismo al quale mi abbandono totalmente. Una me forte, sfrontata, appassionata. Poi c’è sempre un epilogo in cui quella del sogno torna questa me, rinuncia alle cose, e sempre qualcuno le fa notare che è piena di ferite di cui non si era accorta. E lì mi sveglio. Una manna per il mio analista.
Ho visto il terremoto con i miei occhi, ad agosto. E non riuscivo più a pensare, parlare, respirare. È stata una forma di acquisizione dati senza filtro. E mi sei apparso “tu”, in quel tuo terreno, e ti amavo ancora.
Non mi va di scrivere adesso, c’è troppa corrente nel sangue.
Le cose accadono, dentro.

Sunset

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Di notte, nei sogni, sto spesso su una nave.

Di giorno attualmente faccio la pasticciera.
Sfoglio croissant, incasso burro negli impasti,
do forma alla golosità altrui.
Io odio i dolci.
Occasionalmente cucino per cene a tema.
Oggi cena greca. I capelli odorano di
.melanzane fritte per la moussaka
.aglio e cipolla per lo tzatziki
.miele per la baklava
I greci cucinano complicato.
Per servire a tavola però ho indosso il rossetto. Rosso.
E le mani sono pulite, bianche, intelligenti.
Di notte, nei sogni, ho sempre paura.
Di giorno, attualmente, ho paura ad orari alterni.
Al mattino no, sto sola a godermi la colazione.
Quando i ragazzi si alzano beviamo insieme un caffè.
Loro escono, esco anch’io. Di solito in bicicletta.
A pranzo dormo, o stiro, o lavo, o riordino.
Le minutaglie che occupano tempo
sono scacciamostri.
Il silenzio è vuoto, e ci trovo le navi e le paure notturne.
Di notte, nei sogni, tutto rimane senza una fine.
Di giorno, attualmente, non tollero le storie inconcludenti.
Un romanzo, un film, un racconto senza “fine”.
Una fine quadrata, bella o brutta non importa.
Un punto. Niente sospesi. Una lapide sulle cose, che ferma.
Non tollero il mio procrastinare la vita.
Le interpretazioni, le ipotesi, i giudizi li lascio ad altri.
Io odio le sospensioni, e sono il luogo in cui vivo ora.
Di notte, nei sogni, non c’è pace.
Di giorno, attualmente, non c’è accento.
Solo al tramonto, per un istante, colgo la freschezza di una fine lucente.