Marzo – 2

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Felice Casorati, Nudo disteso che legge 

 

Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne
di capelli di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano –
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano –
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte –
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra,
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.
Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell’aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta.

Cesare Pavese

21 marzo 1950.

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

viaggi di lavoro – impero austroungarico

 

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1. Mettiti alla prova
Supero il terrore di volare, supero la paura di essere inadeguata. Faccio il check in a Malpensa, salgo su un Tyrolian Airlines e chiudo la cintura di sicurezza e gli occhi. Volo, decollo, atterro, sono ancora viva. Mettiti alla prova è il mio mantra.
Sul treno che dall’aeroporto porta al centro della città chiedo informazioni ad un distinto signore, il quale mi spiega cortesemente dove scendere e dopo qualche scambio di battute mi chiede da dove vengo. Io rispondo celiando: ma come non sente il mio accento italiano? E lui dice lasciandomi di stucco che non ho alcun accento, che il mio inglese è fantastico. Yes! penso tra me. È la rampa di lancio, improvvisamente la paura mi lascia e mi sento pronta ad affrontare il Kaiser.
Vienna, domenica sera. Cerco invano la strada per l’hotel, sono a piedi con un golfino leggero e tira una bora triestina o ucraina…dieci gradi. Chiedo indicazioni ai passanti, e tutti mi aiutano nell’avvicinamento mettendo a disposizione quello che sanno con una cordialità impressionante. Mentre la gola mi urla che non ce la fa più, trovo un parcheggio taxi e salgo sul solo disponibile. Un vecchino di settantotto anni è il taxista, bianchi capelli e bianca folta barba. Partiamo e, come si conviene, mi chiede da dove vengo; sentita la risposta parte in quarta raccontandomi metà della sua vita, la bisononna è di Gorizia, il bisnonno morì sull’Isonzo nella prima grande guerra, il prozio vive a Chioggia…quindici minuti di strada e poteva essere mio nonno acquisito. Settantotto anni, lavorava, e sapeva parlare inglese almeno quanto me. Ecco.
Arrivata in hotel e sbrigate le formalità (noto con stupore il piumino sul letto, è il trenta giugno…), chiedo al concierge dove potrei cenare. Mi viene suggerito un ristorante tipico austriaco, uno indiano, e poi arriva il suggerimento di andare al Vienna film festival, a pochi passi da lì nello Stadtpark, dove ci sono chioschi di cibo da tutto il mondo. Beh, penso, piuttosto che sola in un ristorante da commissario Rex, meglio il festival. Indossato il piumino che avevo messo in valigia mi incammino. Resto stupita dalla grandiosità delle strade, e dalla pulizia e calma che regnano, è ormai buio. Arrivo dove indicatomi e vedo lo splendore della Rathaus, il municipio, compiacendomene perché so che l’indomani il mio convegno si svolgerà li. Aggiro l’edificio e trovo il festival. Schermo trenta metri per venti, mille posti a sedere in una piazza sul retro della Rathaus, e da li in poi parco con viali pieni di gente di tutte le età, chioschi di ristorazione davvero internazionali, magnifica musica diffusa. Osservo tutte le possibilità, ed opto per il francese. Ratatouille con pollo e un calice di Sauvignon. Cerco un buco ai tavolini e mi siedo, imbarazzata perché sono sola…ma inizio a gustarmi il piatto, davvero buono, in calma. Dopo due minuti tutti parlano con me, e io parlo con loro. Uno scambio di battute, chiedo bene cosa accadrà quella sera, mi fanno domande gentili. Così apprendo che è la serata della musica swing, diffusa in tutto il parco. E a seguire due film (essenzialmente tutti i film hanno a che fare con la musica). Uno di danza moderna, seguito da un concerto jazz registrato a Montreaux. Finito il pasto saluto, mi sposto dalle parti dello schermo e vengo rapita dalle immagini del film iniziato: due ballerini nel deserto del Golan simulano danzando una battaglia, e contemporaneamente una attrazione. È incredibile, sensuale, duro e tenero ad un tempo, con una fotografia da brividi, e quando le scene proseguono in case bombardate e abbandonate, fra il buio e la luce, la polvere e lo splendore di sole che fende porte e finestre rimango a bocca aperta, in piedi in mezzo alla piazza. Un tempo incalcolabile passa prima che io mi accorga che una donna mi sta parlando. È bellissima, sui trentacinque, con occhi scuri e liquidi, ciglia assiepate sullo sguardo allungato, capelli neri e morbidi con una attaccatura precisa e rotonda sulla fronte, e la sua bocca è scura, benché senza rossetto ha il colore di un sipario teatrale e così pare perché scopre denti bianchi e proporzionati. La sua voce è morbida e mi sta chiedendo se io sappia cosa stiamo guardando, ma io resto ipnotizzata dal suo viso e non riesco a rispondere finché non mi tocca un braccio. Deve aver pensato che sono sorda.. E iniziamo a conversare partendo dalla sua domanda e arrivando a dirci in poco tempo chi siamo e da dove veniamo e cosa facciamo. Lei è Tagrid, è persiana di Baghdad dice fieramente, e vive qui. Mi parla di sè, della sorella che vive a Firenze, dei sogni che accarezza di innamorarsi perché finora ha assistito i genitori anziani fuggiti per il regime, mi chiede informazioni avendo inteso per quale ragione sono in città. Due amiche dopo un’ora. Due vecchie amiche dopo due ore. Strana cosa la corrispondenza inaspettata. Sono le undici e mezza, ci scambiamo la mail e ci abbracciamo per salutarci. Torno in albergo a piedi senza timore di incontri sbagliati, mi sento infreddolita e così mi lascio sciogliere da una doccia bollente e poi mi faccio abbracciare dal piumino di luglio, grata per tutto. (domattina sveglia presto, inizia il lavoro, mi sento agitata e pronta insieme. è la prima volta che viaggio sola e per lavoro dopo una eternità. è una prova. affrontiamola.)Wien, June 30th 2014, end chapter one

2. Try

Sette, sveglia. Esco dal piumino di luglio e guardo dalla finestra. Sole, cielo terso, poco vento e odore di brezel nel cortile dell’hotel. Oggi inzia il convegno, oggi inizia qualcosa di nuovo per me. Mi preparo tentennando: jeans e maglietta? vestitino bon ton e tacco medio? tailleiur e camicia? calze si o no? farà freddo come ieri? Affastello inutili domande prima di fare quel che mi viene meglio, decidere di colpo. Jeans, canottiera e golfino white, sneackers borchiate. Scendo per la colazione nella sala silenziosa, e mi piace essere seduta da sola e poter osservare gli altri ospiti. E finalmente esco per queste strade ordinate, incontrando ciclisti con casco e valigetta da lavoro sulla schiena che percorrono le piste loro riservate col sorriso sulle labbra. Pochi minuti ed arrivo alla Rathaus, e accedo timorosa chiedendo informazioni al portiere (non parla inglese!!) da cui capisco la direzione. E qui la vista mi toglie il fiato.
Salgo uno scalone di marmo rivestito di velluto rosso carminio, pulito e morbido come una pelle di pesca, e arrivo al desk di accoglienza dove, in modo indolore e cortese, mi rilevano e mi danno un badge col nome invitandomi a proseguire sulla scala dei re fino al piano successivo. Vado. Qui mi trovo in una balconata marmorea che gira lungo tutta la tromba delle scale, luce dorata dalle finestre con vetri piombati e colorati e lampade antiche; bianche tavole imbandite di dolci e frutta, caffè e bevande fresche, piccoli tavolini intorno per posare i propri rinfreschi e centinaia di persone a crocchi. Per un momento penso di andare via e mi guardo le sneakers come un bambino colto in fallo. Non sento una parola in italiano, non incrocio un volto conosciuto. Mi viene il magone, e chiudo gli occhi per un secondo. Poi penso “try”, prova. Così mi verso un caffè molto lungo e mi metto in un angolo di tavolino con il tablet in mano il quale mi dice “free wifi Wien Rathaus”, e mi sembra un conforto sapere che è così facile non perdersi con il resto del mondo. Connetti, schiaccio, e mi sento più tranquilla. Bevo il caffè e sorrido a tutti quanti passando accennano un saluto. Infine entro nella Festsaal, luogo del meeting, e il fiato manca ancora. Mi sembra di essere nel film della principessa Sissi (che odio..), ma è tutto di una bellezza e di una regalità che non può lasciare indifferenti. Mi siedo nell’ultima fila di un settore, noto cinquecento sedie di velluto allineate e quasi tutte piene ormai, e apro gli occhi e le orecchie perchè si comincia. “Try”, ripeto nella testa, e dopo cinque minuti di intervento del professore della Sorbona che introduce con una lectio magistralis al concetto di “europa centrale”, so con assoluta certezza che capirò qualsiasi cosa e che, se decido, saprò farmi capire. Respiro profondo, inizio a prendere appunti su ipad e penso “sto bene, sto proprio bene”. Ascolto tutta la mattina, mi affascina capire che siamo dentro una cosa grande e che così spesso lo ignoriamo, che abbiamo enormi possibilità e che il mondo ci aspetta. Arriva la pausa pranzo in un soffio, e scendiamo tutti nel magnifico cortile dove il catering ha preparato eleganti piatti (molto light, a parte i dolci) e tavolini “in piedi” per piccoli gruppi di persone. Mi servo e cerco un tavolino vuoto..lo so, ci ho provato! Dopo due minuti arriva gente che mi chiede gentilmente di potersi accomodare, e così inizia la conversazione. Sbalordita di me stessa parlo a mio agio, chiedo, spiego, e ognuno di noi racconta da dove viene, cosa fa e per quale obiettivo si trova lì. Così conosco austriaci, ungheresi, polacchi, tedeschi (anche un italiano, vabbè), e conosco cose incredibilmente interessanti sui progetti che seguono: energia, conservazione dell’ambiente, gestione dei patrimoni culturali, educazione. E racconto anche il mio, chiaro. La testa ha perso il “try”, e viaggia veloce aprendo all’immaginazione, alla mia perenne sete di scoprire e sapere, e percepisco che anche gli altri stanno facendo lo stesso, usando il confronto con apertura di cuore e intelligenza.
Pomeriggio di workshop sui temi di cui dico sopra, io vado all’arte e patrimonio culturale. Scopro che in Italia siamo indietro, ma non me ne cruccio affatto pensando che le possibilità ci sono, che insieme agli altri che sono qui posso provare a far partire qualcosa, e ascolto con gratitudine i progetti già attuati e i frutti che hanno portato, sempre più meravigliata dell’intelligente e aperta valorizzazione che del bene culturale si può fare. Per fare un esempio banale, tutti i progetti ascoltati hanno raggiunto l’obiettivo di valorizzare siti culturali o artistici, chiaro, ma considerando la cosa in un alveo così ampio da aver cambiato economia nei luoghi di intervento, generando posti di lavoro, attività commerciali, aumento di residenti. Il cervello è come la ruota di un criceto isterico, va veloce e stanca morta, dopo un aperitivo internazionale simile al pranzo, corro in albergo per un attimo di requie. Mi avevano invitato a cena, ma ho declinato cortesemente per poter tornare al festival del cinema da sola. Wien July 1st 2014, end chapter two.

3. Believe

19 e 30, indosso il piumino leggero e parto decisa verso il parco del cinema festival. Afferro un programma e mi siedo a leggere su una sedia laterale fra le migliaia, e una vecchia signora si avvicina e mi chiede qualcosa e capisco solo “traviata”. Rispiego che non parlo tedesco e lei con la massima naturalezza mi domanda in inglese se quella sera è prevista “La Traviata”. Assento, anzi per la precisione dico che sul programma è segnalato così. E lei “se così è scritto, così sarà”; chiamasi avere certezze. Si siede di fianco a me e inzia a conversare. Ha capelli così bianchi e delicatamente gonfi da sembrare nubi, occhi chiarissimi, la pelle è distesa e tenera, un leggero accenno di rosa corallo sulle guance, un velo di rossetto geranio, e odora di rosa e salvia. E’ elegante nella camicia bianca coperta da una giacca azzurra di lana cotta, gonna svasata blu, ballerine; non indossa alcun gioiello ed è bella così. Mentre parla con una voce dolce ma decisa, mi frulla in testa l’immagine della fata madrina delle fiabe e così decido che è lei. Ovviamente, saputo da dove vengo, la Scala e l’opera diventano il nostro argomento. Ama Puccini, così le racconto di Lucca e della sua casa che ho visistato molte volte sempre commossa; di Torre del Lago e del festival; dell’arena di Verona. Dopo mezz’oretta mi invita a pranzare con lei, avendo capito che anche io attendevo la cena. Ci inoltriamo nei vialetti con i chioschi, annusando come cani curiosi gli odori, e nello stesso istante senza accordi previ indichiamo il giapponese dove fanno Teppanyaki. Ridiamo di questo come bambine, e lei dice “destini!”. Ordiniamo (la stessa cosa manco a dirlo, Teppanyaki con tutto dal pesce al pollo alle verdure, olè), lei beve birra e io vino bianco, e con i nostri piatti cerchiamo un posto sui tavoli affollati.
Faccio un commento a lato, ma mi preme. Qui ci sono circa tremila persone di tutti i generi: bambini, famiglie, giovani, anziani, coppie di diversa natura e genere, in un clima così disteso che sorprende. Le lunghe file ai chioschi sono serene, le voci sono animate ma non invadenti, i volti privi di animosità e condanna. Il tipico clima della sagra italiana insomma…..
Bene, ci sediamo ad una tavolata sotto gli ombrelloni, una di fronte all’altra. Nello stesso tavolo siedono: una coppia elegante sui sessanta, due giovanotti con dreadlock e tatuaggi misti, tre ragazze sui trenta eleganti e sexy direi, un paio di signori sui quaranta appena usciti dal lavoro e ancora in giacca, quattro studenti universitari in felpe colorate. Passa poco davvero prima che si inizi a scambiarsi qualche parola (la fata è potentissima nell’attaccare conversazione), e così la cena si dipana discorrendo di musica fra i personaggi descritti…e capisco che qui la musica è un linguaggio comune. I ragazzi ascoltano e conoscono la musica classica, e discorrono con questi diacronici compagni scambiandosi pareri; e i più adulti conoscono e comprendono i generi musicali dei più giovani, così passiamo dal rock al jazz, dal reggae al funky, dall’opera alla musica contemporanea e un’ora vola come il vento. In sottofondo stasera diffondono madrigali francesi del 1500, delicate armonie di voci e strumenti antichi, e piacciono a tutti quanti. Io più che altro, ascolto con piacere (rispondo educata quando mi chiedono di Albano, dicendo che no, conosco poco….). Non so se sono sconvolta o compiaciuta di aver visto questo, ma opterei per il secondo stato d’animo. Intanto si sono fatte le nove e mezza, quindi ci congediamo per poter prendere posto a vedere “La Traviata”. Fata madrina, che si chiama Annie, munita come molti di copertina antifreddo, deve raggiungere un’amica con cui viene qui “tutte le sere da giugno a fine agosto” (!), così congedandosi mi abbraccia di rosa e salvia. Io non resisto, devo sapere. Così glielo chiedo “quanti anni ha”. E lei dice 91, posando la mano sul bastone che la accompagna più per fiducia che per vera necessità. E io penso “believe”, credici. Lo penso per me, “credici”. Contiene tutto questa parola in questo momento.
Mi siedo sulle gradinate dell’anfiteatro e mentre nella mia testa frulla questa parola magica, la musica mi accarezza le ossa. Resisto fino ad Amami Alfredo, e qui però non sono più indurita e lascio che due lacrime vecchie di secoli mi rotolino sulle gote gelate dall’aria notturna. Alfredo mi hai scocciato, tu e le tue mezze risposte.
vado via. ho freddo e ho bisogno che qualcosa di caldo mi abbracci il cuore. il piumino di luglio mi aspetta in camera. sognerò fata madrina e salacadula magicabula…. dentro il piumino tiepido sento il respiro farsi leggero e regolare. mentre scivolo nel sonno Alfredo, per una volta, risponde “t’amo anchio”. lo so, la storia non è così, ma io mi sento soddisfatta.

Deriva

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Mi hai riempito
come fa l’acqua tra i sassi
levigando le durezze
esponendo venature,
lasciandomi nuda di gioia.

Ma il tuo silenzio ha mutato l’acqua,
si é fatto carta vetrata
(di quella a grana forte, da lavoro grossolano):

reso schiavo
dalla gogna dell’abituale
sbranavi la morbidezza,
svuotavi il riccio di mare
che ora porta la corrente.

Ritratto di famiglia a ferragosto

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Ferragosto, anni fa.

A casa dei miei suoceri la TV é  accesa, anche quando si pranza. Il caldo fa sciogliere ogni cosa, e davanti a quel tavolo che sono costretta a descrivere mi viene da piangere. Le pietanze sono così composte, in ordine di servizio: antipasti di salumi misti con giardiniera fatta in casa (una tonnellata), lasagne, angolini in brodo, polpette, coniglio in umido, arrosto di vitello al latte, cotechino, puré, zucchine trifolate, peperoni e cipolle in umido, gorgonzola e parmigiano a scaglie a volontà, macedonia, torte alla panna, al cioccolato, Saint Honoré. Il tutto annaffiato da Lambrusco e prosecco. Niente, questa è una delle mie croci. 38 gradi, e si deve mangiare.
Mentre la litania dell’ingoio coatto si snocciola, la TV trasmette telegiornali drammatici. Nessuno ci fa caso ormai, se non con la coda dell’occhio. Quella coda lì, alla fine, si porta via tutto l’affetto e il rancore di una famiglia. Intanto mia suocera bercia – non so perché siamo arrivati a quel discorso – sugli immigrati e sui “negri”, fagocita cibo mentre sostiene che ci stanno portando via tutto, che bisogna sbatterli tutti fuori, che la nostra razza sarà estinta grazie a loro. Eh niente, non parlo più, mi rispondono che sono comunista tanto, e cincischio con il tovagliolo, perché non riesco a mangiare dalla fine dell’antipasto…

E a questo punto accade. Interruzione pubblicitaria. Messaggio di una notissima ong che si occupa, manco a dirlo, di bambini del terzo mondo. Una voce spiega cose tristissime, mentre il video mostra una bambina di colore denutrita che uggiola come un cucciolo ferito, e la voce dice “se non arriva il cibo, la bambina morirà!”.

Sposto lo sguardo sugli altri, e mia suocera si lascia sfuggire un “povera creatura” con le lacrime che le fanno colare il trucco. “Beh sono solo negri”, dico io con la voce piana, perché urlerei altrimenti. Attendo qualcosa sperando, nonostante tutto, che per misteriose vie la pietà (almeno) insorga. Si asciuga con il tovagliolo, infila in bocca un metro cubo di torta e dice “non si può fare nulla, e poi vai a fidarti di quelli a cui dai i soldi, chissà dove li mettono”.

Ingoio. Esco sul terrazzo dove il caldo ci mette un istante a far colare la pelle. Accendo una sigaretta. Piango. Vado via.

Corporea

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Io mi riconosco al tatto.
Nel cespo spumoso e forte dei capelli in cui affondo le mani.
Nella scabra asperità delle cicatrici sulla fronte, sul mento, su una spalla.
So di essere io in un osso, a gambe tese nel letto, nel legno potente della clavicola, o nella dolcezza della pelle tesa accanto alle creste iliache.
Non avessi che dita mi saprei nel modo in cui trova casa il pollice nell’ombelico, o nel ricamo in rilievo delle vene sul polso destro che disegnano un “quattro” dal tratto rabbioso.
Non ho bisogno di specchio: chiudessi gli occhi mi ritroverei in ogni nota piega della pelle, nell’orbita infossata e nelle due rughe dissimili accanto agli occhi; nell’unghia incisa del medio sinistro, che reca il ricordo di un vecchio portone, e nella piega tenera e precisa del labbro superiore.
È una coscienza corporea, la palpabilità dell’esserci, anche quando ti senti nulla; un richiamo al cuore stanco – ci sei! – che ti fa sentire, nonostante tutto, unico e vivo.
Par poca cosa, forse. Ma da lì puoi ripartire.

Reiner

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«Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare sopratutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso».

Rainer Maria Rilke, «I quaderni di Malte Laurids Brigge»