Ostilità

“In effetti, considerò che fare poesia era difficile, ma che certamente ancora più difficile e difficoltoso, in quella strana città ma anche altrove in tutte le città del mondo, era far ascoltare poesia. Perché bastava un particolare fuori posto, ecco, il gorgoglio discreto della macchina del caffè, per distrarre la mente, distrarla e allontanarla dai versi. Perché in effetti De Crescenzo Pasquale lo aveva notato in più di una circostanza: la vita è ostile, profondamente ostile alla poesia.” (Nicola Pugliese – Malacqua)

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Cetaceo

Il ragazzo che guida la navetta che porta al mare ha un odore meraviglioso. Un odore, non è il profumo che indossa, è proprio il suo odore. Mi siedo accanto e annuso. Poi scendo e aspetto il momento di tornare per sentire l’odore, di nuovo.
Gli ombrelloni sono bianchi, si mischiano col bianco della sabbia e del vento. È una cosa buona.
Ieri tornando dalla spiaggia, camminavo da sola, c’erano eucalipti e uccellini. Per un istante mi è venuta una felicità addosso così profonda da morire.
Oggi ho visto dei delfini nelle vicinanze di Serpentara. Avevo appena chiesto a Checco che pilota il gommone se avesse mai visto delfini, e lui ha urlato “delfini!”. Ne ho visti quattro. Uno di loro ha pure sfoggiato la pinna caudale, ciao ciao. Ho pianto dopo aver riso.
Le occhiate e le salpe venivano a mangiare pane dalle mie mani. L’acqua era color zaffiro. Mi piace la pelle d’oca quando sono sotto, e fingere di non pesare nulla sospesa fra il fondo e la superficie lassù, lucente.

Sala parto

Un figlio esce dalle tue viscere in continuazione. Ogni suo dolore è uno spasmo delle doglie. Ogni attimo in cui conosci che è in pericolo è una notte di travaglio. Ci sono le stesse livide luci della stanza di ospedale in cui lo stavi per mettere al mondo. E lo stesso turbine di sangue che ti gira fra utero e cervello. I respiri sono affannosi e le lacrime le nascondi, per essere dura quando partorivi e per esserlo anche adesso.E ogni volta che ha scampato la morte, ogni volta che l’urlo che ti schianta la gola poi si rintana nel pube, perché è lì che senti la paura. Lo hai partorito una volta ancora, dopo vent’anni, di nuovo, l’ennesima volta. E pensi “è andata bene, c’è di che ringraziare”. Lo guardi. Basta. C’è. Che tu sia una buona madre o no, sei quello. 

Oscurità

Una stanza di facce senza espressione osserva la mia sofferenza, così priva di senso da essere frutto di una mente diabolica.
Il Dottor Questo e il Dottor Quello e il Dottor Come va, che è di passaggio e crede di poter piombare qui a prendere anche lui per il culo. 
Mentre brucio in un tunnel rovente di delusioni, l’umiliazione definitiva: tremo senza ragione e inciampo nelle parole e non ho nulla da dire sulla mia “malattia”,  che in ogni caso consiste semplicemente nell’essere consapevole che nulla ha senso perchè sto per morire. Sono a un punto morto: suadente, la voce della ragione dello psichiatra mi dice che c’è una realtà oggettiva in cui il mio corpo e la mia mente sono una cosa sola. Ma io non sono qui e non ci sono mai stata. Il Dottor Quello accenna un mormorio di approvazione. Mi guardano, mi giudicano, annusano l’odore raggelante di fallimento che mi trasuda dalla pelle, la disperazione che mi lacera e il panico spossante che mi inonda quando resto a bocca aperta terrorizzata dal mondo, e mi chiedo perché tutti sorridono e mi guardano come se non conoscessero segretamente la mia dolorosa vergogna.
Vergogna vergogna vergogna.Annegate nella vostra vergogna del cazzo.
(Sara Kane, in “Crave”)

Sonata (brevissima)

 

 

 

Lui era uno che non si accontentava di poco, questo lo aveva capito subito, non foss’altro che per quella inflessione nella voce, un cosiddetto difetto di pronuncia, che faceva sì che certi suoni prendessero più forza e che lui usava come un musicista; metteva al momento giusto i “pianissimo”, quando sapeva come accarezzare la fragilità, o gli “andante con brio” nelle fasi di corteggiamento sapendo di ottenere risate piene dalla gola ormai secca di lei. E quando era il momento, allora dirigeva il suono della voce e del difetto nelle profondità più oscure, lasciando che lei si commuovesse di un particolare stato di attenzione che sembrava riservarle.

A lei piaceva, le piaceva il difetto, il rotolare del suo modo di ridere, l’affanno di quando parlava con lei camminando, il “sottovoce” baritonale dei momenti di fuga. Che dire di lei? Non considerava onta dichiararsi stupida. Di quella stupidità dettata dalla fame, la stessa che spinge un bambino che non mangia da giorni a ringraziare per un pezzo di pane secco. Era altro genere di fame, ed era una fame che avrebbe accettato, non consapevolmente, di prendere un accenno di consenso per un gesto d’amore.
Stupida, appunto.
Quella voce a lei ricordava il canto di una viola da gamba. E ci si era persa. Senza tornare mai più. Ma da sola. Lui aveva smesso di cantare. Almeno per lei.