Frammenti #1 – viaggio

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Tu mi studiavi, e io avrei voluto chiudere gli occhi e solo sentire la tua voce, e non vedere che già sapevo i tratti del tuo viso, il modo di sorridere, i denti piccoli.

Del ristorante ricordo il cameriere cafone, l’anguria che mi hai infilato tra i denti, i miei  piedi nudi sopra i tuoi.

Io ero presenza, tu collezionista di attimi.

Della lunga passeggiata ricordo il caldo di pietre grigie e la tua mano sotto la mia cintura, a pelle, come un gesto naturale.

Mentre tu eri nervoso in quella sala d’attesa, io ero terrorizzata dalle risposte e felice di esserci per ascoltare con te. Io ghiacciata, tu sudato. Siamo scesi dopo aver scambiato gesti così pratici da sembrar consueti  (mettimi le carte nello zaino, per favore portami la borsa un momento). Dell’uscita nel sole del primo pomeriggio, sotto quel portone, ricordo solo il tuo sollievo espresso in una spinta contro un muro. Io aderente al muro tiepido, tu aderente a me, vischio nelle mie viscere e miele in bocca.

Del viaggio in auto ricordo la luce setosa, io quieta, tu già lontano, la mano posata sulla mia coscia, una sosta nel vento. Hai detto “vedi?, questa é la mia terra”, e io non ho capito che era la sola cosa vera di quelle che ho ascoltato.

Anche se

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isole Tremiti – 2013 

 

«Incontrarsi. Sfiorarsi. Ma non è possibile dipanare il groviglio delle nostre vite, inventarne un’altra solo per noi due. Mi accontento di questo: darti appuntamento nell’aria, farti sedere accanto a me sullo scoglio, anche se non ci sei».

Sylvia Plath

Ciò che non possiamo dire

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Edgar Degas, studi per “caffè concerto”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E poesia è ciò che diviene la parola quando abbiamo saputo non dimenticare che esiste un punto, in molti vocaboli, dove questi ultimi vengono a contatto, comunque, con ciò che non possono dire.

(Yves Bonnefoy, in “osservazioni sul disegno”)

Sotto il tiglio

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La mia città é piena di tigli. Che adesso sono in fiore, ça va sans dire. Non c’è scampo dal profumo, nemmeno se ti stendi sull’asfalto o ti chiudi nell’ambulatorio del medico.
E a me il profumo dei tigli fa bene. Mi toglie l’udito, é assordante; mi ottenebra gli occhi, é vischioso come olio di nardo; mi penetra la pelle e va a depositarsi dietro la nuca, dietro le orecchie, dove i freni del razionale lasciano spazio ad un’altra me, quella senza timore.
A quindici anni ogni tiglio era perfetto per baciarsi, la schiena sul tronco rugoso, sudata, la maglia sottile che si strappava, e quella voglia che non sai ancora ma che é così forte da travolgerti. A venti era il bosco in fiore a ospitare coperte indiane che esplodevano di colore, mentre sopra esplodevi tu, scomposti i corpi e sommessi i” ti amo”, dentro quella felicità che ti toglie la voglia di morire.
A trenta ti ci sedevi sotto, all’ombra, con un bambino in braccio, e poi due, i giochi sparsi attorno; cantavi di continuo e tutto sembrava perfetto e quieto, ogni cosa aveva un posto e il profumo non era che la corona sulla tua testa, con il colore dei fiori a cingerti le labbra ammorbidite da gelati e frutta.
A quaranta ci correvi, sotto i filari o lungo il fiume, in bicicletta o a piedi, e mentre fiorivi sempre di più iniziavi a sentire la malinconia che porta il tempo, l’allontanarsi delle mani calde, la solitudine di una madre e quella di una figlia, più di tutte quella di una sorella.
Adesso, mentre cammini con la testa alta e le spalle dritte, questo odore ti riporta indietro e avanti, come sabbia lavata dalle onde. E riconosci ancora quel mollare gli ormeggi che sai tuo, che basterebbe una mano a sfiorarti la gola e cederesti. Ti lasci palpare dal profumo tutto intorno, come se fossero mani invisibili e silenziose addosso; come fosse acqua tiepida lasci che la schiena perda rigidità, che gli occhi diventino lucenti, che le ginocchia cedano. Ti trascina via, dentro un pomeriggio romano caldissimo e ti ricordi di essere stata contro uno di quei muri rosa sentendoti schiacciata da una bocca che aspettavi da tanto; o di una panchina in un parco, i conigli selvatici a rincorrersi mentre mangiavate ciliegie e quella voce a leggere per te parole nuove; e poi di una via al sole di giugno, nelle giornate in cui il cielo è a fiocchi, un vestito fragile addosso e una spallina che cadeva mentre vibrava tutto intorno a te. E i tigli lì a guardare. Sempre.
E io i tigli li amo.

Avanti

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La Secca – Moneglia – settembre 2016

Ma dobbiamo continuare
come se
non avesse senso pensare
che s’appassisca il mare.

da “La ballata di Rudi”

Elio Pagliarani 1927 – 2012

Shine

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Felice Casorati, Studio per “Il meriggio”, 1923

 

22 maggio, 15.10

Era abbandono, quello di una stanchezza che non ti lascia scampo. La testa si reclinava di lato, e per un tempo che non so contare mi sono sentita bene. Assente. Ma seduta sulla sedia in ufficio. Forse sognavo, il sogno lucido dicono. Fatto sta che c’era il mare, una spiaggia che ricordavo, di quelle che stai su una lingua di sabbia e dietro hai uno stagno salmastro. Io ero lì, in piedi nello stagno, la sabbia come neve fra me e la riva. C’era una melma viscida e setosa sotto i piedi, l’acqua era tiepida; mi sono stesa a pancia sotto e guardavo la superficie e la sabbia argentata, e tutto sembrava uno specchio, tutto non era che luce, e luce, e luce. E silenzio. Niente di strano, no.
Mi sono solo accorta, mentre ero lì, che accade questo: che prima c’è la mancanza, quella straziante, quella che ogni cosa, ma proprio qualsiasi cosa – dalla cavalletta che frinisce al giornale che sfogli – é uno squarcio che svela quella presenza che non c’è più. Quisquilie, minutaglia, inutileria, niente, davvero, niente “è” se non dentro quei ricordi. E dopo cambia, come una serpe che muta livrea. Qualcosa si secca, o diventa troppo stretto. Cade, come una crosta sul ginocchio, e resta quella pelle tesa, sottile, rosa, che se la tocchi é fragile. Nostalgia, forse. Sta lì, la vedi, puoi toccarla anche se fa male, e ti ricorda la ferita; però fa tenerezza, sai che se la accarezzi non senti più così male, ma é sensibile ed eviti di tormentarla. Poi passano i mesi, gli anni, stesa nel salmastro dello stagno ci resto a lungo, è caldo, mi ci abituo. E poi c’è la luce, e la tentazione di guardarla, di aprire gli occhi. È calma, e anche un dolore di una potenza indicibile: é quando capisci. Ecco, allora certe cose care, certi preziosi cimeli di un amore, le parole, le voci, i respiri, le promesse, le telefonate, i pranzi, le cene, i luoghi, le lettere, i baci, le paure, le strette, le lacrime, i viaggi in macchina, i viaggi in treno, il cuore in gola, le mani fredde, le città, i libri, gli odori, le bugie, tu, lui, noi… diventano nulla. Non li ascolti, non li dimentichi, solo sono sassi piccoli e taglienti dimenticati in una tasca che non apri più.
Poi c’è la luce in quel sogno. E apro gli occhi, e non so come accada ma non aggrotto le sopracciglia in quel modo stupido che si fa quando il sole ti infastidisce. Lo sento con una chiarezza che non ho mai provato, intorno ci sono mille riflessi, il mare e la sabbia sono di un chiarore abbacinante, e io guardo con gli occhi spalancati, guardo il sole in faccia, guardo tutto senza una piega sul viso. Non so spiegarlo meglio. Bianca, se dovessi dire di che colore sono. Completamente bianca dentro. E asciutta.

15.14
Sono passati quattro minuti, lo so perché avevo guardato l’ora sul video prima di lasciare che il collo cedesse un momento. Sono solo quattro minuti.

23 maggio, 17.07

Ti direi che ho pianto. Ieri mattina, per il racconto di mio figlio che mi ha spiegato che ha passato la domenica a svuotare la casa di famiglia di un compagno di università. Lui e altri amici. La banca ha pignorato l’immobile. Il tizio aveva una piccola falegnameria. È andata male, tutto qui. Da domani saranno in un monolocale. Mio figlio ha detto “era la casa dove sono nati tutti, era la sola casa che avessero mai abitato”. Ieri sera é tornato a notte fonda, puzzava di sudore e aglio, perché quel che hanno potuto offrire ai ragazzi erano bruschette aglio e pomodoro.
Ti direi che ho pianto, tutta la mattina oggi. Ho pianto per i ragazzi di Manchester, ho pianto perché non so che altro dire, o fare. Ho pianto pensando che volevo ballare, e fare l’amore fino a sfinirmi, e mangiare o ridere, perché non c’è niente di più bello che vivere fino al fondo delle cose.
Se tu ci fossi, ti direi. Ti direi che io sono questo, forse:

“Bisogna amarsi meno,
bisogna lasciare al tempo
l’ingorda gioia d’insegnare
che l’amore non è ricevere,
né dare,
ma lasciarsi prendere,
affondare”.
(Giovanni Testori)

E mi lascerei prendere, e affondare.