So kiss me

 

 

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E ti direi con il silenzio della bocca quanto profonda è la mia paura, quanto grande è la mia fame, quanto intenso è il mio bisogno. E raccoglierei fra le mani tutto il tuo desiderio, e abbandonerei il ritmo affannato del respiro per prendere assonanza con te, alzandomi in punta dei piedi per cogliere la tua fronte contro le mie labbra, e le tue mani gelate le nasconderei fra i miei capelli lanosi. E prenderei con me ogni cosa che grida in te, svuotandoti per vedere la tua faccia levigarsi, le tue spalle prive di difesa, a coglierti il sonno che acquieta. E guarderei ogni parola, ascolterei ogni gesto, mangerei ogni sguardo perché sia denso il tuo esserci. E berrei con te il tempo, il tempo breve e greve e lento e dolce, perché sia la cosa più preziosa fra noi. E accosterei il mio collo al tuo naso, perché tu non dimentichi mai il sentore di una donna stupita.

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Other words

A301DC6A-AD4A-4864-B7A5-8477CC36DD78SOLO COSÌ

So ben poco.
Ciò che mi hanno insegnato
e le mie esperienze personali
bastano appena per un pugno di verità.
Le ripeto tra la gente
che in apparenza la pensa come me,
e le colloco
tra me e gli altri come uno steccato,
dietro cui i miei pensieri particolari
si muovono al sicuro.
Non temo di parlare in pubblico,
ma definire le cose
in quanto tali, esattamente,
esige forza.
Devi essere aperto
come una ferita,
perché il vero nome delle cose
è nascosto
sotto il primo, il secondo e
il terzo strato delle parole
o ancora più in fondo.
Non è possibile scavare
di continuo nel proprio intimo
senza conseguenze durature
e inoltre è perfino inutile
guidare teste che corrono a vuoto
e forestieri, giunti da lontano,
attraverso una miniera,
ricca di metalli che
nemmeno apprezzano.
Soltanto
per non dimenticare chi sono,
e per coloro
che senza questo alimento
non riescono a vivere,
penetro spontaneamente
come il simbolico pellicano
nel mio cuore tenebroso.
Così intendo questo mondo.
E non so vivere
diversamente.
Tutto il resto è sonno
e nulla.

Kajetan Kovič

Anna #3 – disarmare

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Facciamo che il tempo vola. Facciamo che Anna è così, non sa ferire, fa proprio ridere come tipo di donna. Comunque quel lunedì era uscita con il suo fantasma che vien dal mare, piena del proposito di fargli pagare un qualche debito a pena prescritta, ma non ci era riuscita.(Bisogna sapere che Anna non atteggia mai, perché le viene così male che è controproducente. Tipo che se deve uscire con qualcuno che le piace molto e si sente nella posizione di voler, in qualche modo, sedurre, ottiene esattamente l’effetto opposto. Che se si veste “da combattimento” fa scompisciare dalle risate e poi fa una figura barbina come cadere dai tacchi, sbavare il rossetto, spargere il mascara intorno agli occhi mentre ride fornendosi di uno smokey eyes modello Mortissia… Che lei non ha un gran pudore, usa le parole senza paura, ma che ha una grande stima del proprio corpo e di come lo usa. Che non considera sexy un tacco o una calza velata, ma uno sguardo e una inflessione della voce. Che in fondo asseconda poco, oramai, avendo acquisto una forma di cinismo tenero e auto indulgente, per cui magari si leva qualche soddisfazione, ma non si prende molti rischi emotivi. Una piccola attempata un po’ stramba insomma). E dopo non lo aveva chiamato, né gli aveva scritto se non un “grazie. È stato bello parlare sinceramente”, che poi era quanto accaduto.
Avevano parlato sinceramente, talmente schiettamente che lui ad un certo punto le aveva detto che nessuna donna gli aveva mai parlato così. E avevano riso molto, di lunedì. Lei si era un po’ stupita, e gli aveva detto che da qualche anno non sentiva altra esigenza che mostrare liberamente ciò che era, bello o brutto che fosse.
E poi niente, morta lì. Tranne per due cose. Lui le aveva raccontato tutta la sua vita, e di come fosse diventato così ricco da potersi permettere di non lavorare più da lì in poi, concedendosi qualsiasi cosa. E lei non era rimasta impressionata, se non per il fatto che trent’anni prima sapeva che lui aveva origini che dire umili è poco, e voglia di vincere addosso. Ma questa cosa le aveva fatto pensare, in quel momento, che lui sentisse necessario esercitare un certo tipo di potere, e si sentiva interrogata da questo. E seconda cosa, che invece interrogava di più la personcina di donna che era, tornata a casa stesa nel letto aveva avuto una immagine molto chiara di sé che alzava la gonna e scavalcando il cambio si metteva cavalcioni su di lui e lo baciava. Non troppo morta lì, allora…
Ma Anna era dritta come un fuso, e i giorni ricominciarono a passare e si dimenticò di tutto quanto. Fino a una settimana dopo, quando sul cellulare comparve un “non riesco a non parlare con te. Puoi giovedì? Finisco alle nove, poi ti porto a cena”. “No – troppo tardi per me, sono stanca in questi giorni”. Seguito da, mezz’ora dopo, “ho cancellato tutto, alle sette posso esserci, ti prego”. “Ok”.
Come sempre lei si presenta informale, il suo modo. Un abbraccio e due occhi piantati in faccia, si sente dire “grazie della tua presenza, mi addolcisce la vita”. Così, prima di entrare, prima di sedersi nel ristorante, prima di ogni altro fatto. Seguito da un disarmato “non posso scusarmi meglio se non dicendoti che ti avevo molto sottovalutato un tempo, e me ne pento moltissimo”. Si entra, ci si siede uno davanti all’altra, e con gli occhi bassi sul menù lei, la donna dalla schiena dritta e il cuore duro, si sente disarmata (e anche un po’ orgogliosa di qualcosa che ancora non sa definire).

Matt

Equinozio

Due volte all’anno notte e giorno in parti uguali,
e una volta prevale la notte mentre l’altra è il giorno
a farsi strada, due volte l’equilibrio raccoglie la sua parte
di tenebra e la sua parte di splendore prima della caduta
e il giorno che insegue ed è inseguito si raddensa in scultura.
È la corsa fermata, il miracolo di una moneta in bilico,
né testa né croce ma testa e croce insieme. Così
anch’io vivo l’equinozio quando scorro sul mio viso
di stanchezza la pelle delle mani, e dall’odore
di tabacco si apre il tuo profumo appena suggerito
che mi ferma il cuore e risale in bocca. Accado, allora,
e mi lascio portare, dentro questa cosa che mi fa accadere
affidato al tempo come una foglia nel fiume.
Senza nome, ma con il tuo nome ben inciso.

(Pierluigi Cappello)

Anna – #2 – Fantasmi

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Improvvisamente aveva sentito alzarsi la peluria sulla nuca. Quella sensazione di quando ti senti osservato senza sapere da chi. Camminava piano, osservava le strade semivuote della sua città. Si prese un attimo per respirare e si voltò, vedendo ciò che si aspettava: nulla. Proseguì per qualche metro, senza che quel senso di piccola persecuzione l’abbandonasse. Accese una sigaretta, si voltò, c’era un uomo che non conosceva, fumava anche lui. Era una mattina tarda, di sole autunnale, perciò si sentiva tranquilla; dopo qualche passo si prese un istante guardando una vetrina e lanciò uno sguardo duro dietro le spalle ritrovando quello dell’uomo di prima, che senza indugi le disse con sicurezza:”tu sei Anna! Anna!”. Lei annuì, non aveva ragione di mentire, ma non capiva chi la stesse riconoscendo. “Io sono Luca”. Prima che l’uomo precisasse il cognome e i tempi a lei non era parso di riconoscerlo. Poi si aprirono i cassetti mentali, il palazzo mentale alla Conan Doyle iniziò ad aprire porte, archivi, soffitte. Lampi.

Treni presi infinite volte da e per Genova, una poltrona trasportata da laggiù ed entrata nella sua prima casa da adulta, notti passate con la macchina ferma sotto un portone, una precisa nottata estiva con lenzuola azzurre e un caldo secco sulla pelle fradicia, il primo e l’ultimo bacio, la furia, le botte, un pomeriggio su una scogliera quando lui le aveva detto ‘il tuo corpo è sacro’, l’acqua di mare sulle ciglia, come lui avesse pianto per suo padre quando mancò, il senso di fierezza che aveva preso lei quando si girò verso un altro futuro dopo l’ultima umiliazione, l’ultimo schiaffo…

Centinaia di istanti allocati dove forse non sarebbero mai tornati a mostrarsi, cosciente della loro esistenza, consapevole del dovere di dimenticarli. Fino a quel momento.

Anna indossa sempre un sorriso, quale che sia lo stato d’animo. Come una forma di amore preventivo agli altri, lei pensa che se sorridi a qualcuno il regalo ti verrà restituito. Le capita di continuo, con persone sconosciute quando è in treno, in metro, in un negozio. Così sorride, dice “ciao” e intanto che lui inizia a svuotare tutta la sua storia da venticinque anni prima ad oggi lei lo osserva. È diverso. Fisicamente diverso, privo di quella luce così baldanzosa negli occhi, privo di capelli, con le labbra piegate in una posa triste, come uno che non ride mai. É abbronzato, del resto viene dal mare, le mani sono nervose, il fisico ancora asciutto considerando il tempo, ma lei continua a chiedersi perché non lo abbia riconosciuto. Annuisce ascoltando, sorride, mormora “aha, sissì, no no” e si chiede se non sia per la volontà di dimenticare, o solo perché non lo avesse osservato bene, o magari perché conservasse di lui una immagine diversa. E poi ad un tratto lo sa perché: perché fa ancora male, dopo secoli, un amore perduto.
Lui parla per un’ora, le offre un caffè, fa alcune domande, poi ci si saluta con un abbraccio veloce. Lui le infila in mano un biglietto da visita, chiamami, e lei torna alle sue occupazioni del sabato. Per giorni si dimentica di tutto, come se il suo cervello avesse fatto un salto da amnesico, un esito di trauma cranico.
Una settimana dopo arriva un messaggio – potenza della rete – che dice così: “Ti va bene lunedì per cena? Dimmi cosa ti piace, e io ti vizierò”. Lei ci pensa tre ore, poi risponde “Odio il giapponese, tutto il resto è ok”.
(To be continued)

Anna #1

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Anna si stende sul letto nel momento in cui il caldo cede e lascia un profumo di stanchezza nell’aria. Ha lavorato, fatto spesa, condotto la giornata come sempre, con in faccia un sorriso e i pensieri concentrati sugli altri. Adesso si quieta, lascia che sia la paura per prima a passarle fra le dita, e i desideri poi. Cosa temo? si chiede mentre già sa che le mani abbandonate in grembo hanno altri pensieri. Ha sempre creduto che amicizia e amore, o comunque i rapporti di affinità, passassero prima dal cervello, poi dal cuore, e inevitabilmente al corpo. Non fa una piega, no? Eppure non riesce a capire come, ora, questa cosa sia diversa da prima. Lascia che una mano si posi sul ventre, ed è consapevole di come sia bello toccarlo, e sentire il calore che produce la mano, e la pace che mette. E insieme fa una cosa diversa, alza un po’ il capo e si guarda, cancellando in un istante la bellezza che é il sentire per lasciar posto alla vacuità della critica feroce di sé: “non sono più bella come prima”. Come se, alla fine, tutto il suo cervello cedesse il posto al mondo fuori, a ragioni che lei ha sempre contestato. Rimette la testa a posto, i capelli come pampini lucidi e dorati intorno al viso, e dirige gli occhi ad un piccolo specchio lì vicino. Quello che vede la fa pensare a un nudo di Modigliani, non fosse che i capelli sono ricci e non raccolti in code severe. Vede pelle bianca, e linee definite. Vede la dolcezza nella sua posa, la profondità degli occhi un po’ troppo grandi, le spalle potenti, i piedi piccoli. La dolcezza delle occhiaie che accarezzano gli zigomi decisi le strappa un sorriso – “avevo le stesse occhiaie da bambina” – ricorda. Chiude gli occhi, e tutto torna dentro qualcosa, dentro ciò che sa di essere. Allora si lascia andare, lascia alle mani la loro lingua, si riconosce in ogni angolo che sfiora, e non ha più paura, e pensa che non deve nascondersi. Lascia che i desideri si prendano la loro parte di cervello, di cuore, di carne.

Aulica del far l’amore

 

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“Una volta o l’altra ti racconterò la mia storia”. Aveva risposto “Raccontamela a letto”. E in fondo é il posto migliore, il posto in cui il dramma si è già consumato. Il dramma più bello, il solo di cui per istinto l’uomo sia capace. E non è per quel momento, il sesso, il fare l’amore o comunque lo si voglia chiamare. È per il momento dopo, quello in cui sei nudo davvero, in cui ti senti così sicuro, così in pace, e così anche indifeso e privo di barriere per cui dire qualcosa senza pudore è perfezione.
Allora è bello raccontare, svelare ciò che sotto la carne sta premendo per prendere corpo, dopo che il corpo ha perso consistenza in qualcosa che lo ha reso bellezza fuori dal tempo, un per sempre dentro (forse) un mai. Così diventa facile lasciar fluire quello che, seduti uno di fronte all’altro, subirebbe il filtro del calcolo o della tattica, della strategia che rimescola parole e pensieri. Non ci sono più paure, invidie, risentimenti, ricatti. Se si è stati liberi, sinceri, è già stato dato tutto. È oltre. È meglio. È di più. E fosse una volta, una uscita dal sentiero, un tonfo da cui ti rialzi, bisogna godersi quel momento lì: quello in cui uno che ami, o uno che non conosci e con cui ti sei scambiato vita, ti sta dando il segreto di sé. Così non diventa squallore, ma splendore.