Vulnerabile

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Metti i pomodori, quelli piccoli dal profumo che stordisce, basta tagliarli in due; uno spicchio d’aglio fresco, un peperoncino e l’olio quello buono, accendi il fuoco e aspiri. L’acqua è in bollore, un pungo di sale grosso che ferisce la mano, generoso quel tanto, e via. Stasera cena semplice. Odori, il sole che inonda il terrazzo, di quest’ora che mette in pace e che la giornata si asciuga come lenzuola bianche, vuota anch’essa se non dei pensieri densi che colano lungo la schiena. Ti ricordi?

Mi ricordo. Un’estate all’isola d’Elba, molti anni fa, i capelli stopposi di sale e ore intere a spaccare pinoli con un sasso sotto i pini marittimi. Felicità, a sedici anni, una maglietta sopra il costume bagnato e il desiderio che ti brucia negli occhi. Il secco “toc” del sasso sul guscio piccolo e durissimo, le dita nere a snidare il pinolo candido, uno in bocca e uno nella zuppiera. Poi la corsa per la discesa, scalza sull’asfalto che brucia, al sasso grande di Cotoncello, un tuffo da dieci metri con lo stomaco in gola, e l’acqua tersa fra le gambe, fra le mani, in bocca.
Una settimana a Capri, tu che dicevi che i faraglioni erano cose per vecchi! Nuotare nell’acqua scura e profonda, il calcare delle rocce che scolora il mare, e i pesci da inseguire come una bambina, che poi vai lontano senza accorgertene e gli altri ti chiamano forte per farti tornare. Un albergo che non avresti potuto permetterti se non fosse stato per il convegno, un uomo che si siede sul tuo letto e tu, col primo reggiseno di pizzo nero e la pelle appena dorata, ti dici “sono una donna, ora”. Ventisette  anni, la testa nel vento sulla passeggiata a mare, aspiri l’odore delle braccia che ti avvolgono e lecchi la salsedine sulle mani. Ti sfiora il pensiero che Malaparte e Mann avessero ben afferrato la malìa dell’isola, ma a te importa solo del mare e di lui.
Una volta che la funivia non andava, e con il tuo amico migliore hai deciso di scendere con gli sci nel bosco, alle cinque di una sera di marzo. Quando ti senti potente la sfida ti attrae: la neve altissima e fresca, i tuoi “ce la faccio, ce la faccio” snocciolati sottovoce, e sciare saltando per emergere dalla polvere fresca, odori che accarezzano il naso, la luce che si fa rosa, inseguire Umberto fra i pini e i larici altissimi. Il cuore all’impazzata, il fiato grosso, una gioia che ti farebbe esplodere la tuta rossa per lasciar uscire il cuore a urlare “io ci sono!”; ed è così che arrivando alla fine ti senti, senti che ci sei. Ridi, togli gli sci, pochi passi a casa, citofoni, abbracci tua madre, sei forte.

Quella condizione di vulnerabilità del cuore in cui anche i dettagli più minuti e banali assumono un carattere luminoso, trasfigurante.
(Jonathan Coe, La casa del sonno)
Il cuore vulnerabile è tuo, dove vulnerabile sta a significare che davvero ogni dettaglio trasfigura, nel bene e nel male. Sei fatta così, un pugno di carne che pulsa.

Frammenti #1 – viaggio

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Tu mi studiavi, e io avrei voluto chiudere gli occhi e solo sentire la tua voce, e non vedere che già sapevo i tratti del tuo viso, il modo di sorridere, i denti piccoli.

Del ristorante ricordo il cameriere cafone, l’anguria che mi hai infilato tra i denti, i miei  piedi nudi sopra i tuoi.

Io ero presenza, tu collezionista di attimi.

Della lunga passeggiata ricordo il caldo di pietre grigie e la tua mano sotto la mia cintura, a pelle, come un gesto naturale.

Mentre tu eri nervoso in quella sala d’attesa, io ero terrorizzata dalle risposte e felice di esserci per ascoltare con te. Io ghiacciata, tu sudato. Siamo scesi dopo aver scambiato gesti così pratici da sembrar consueti  (mettimi le carte nello zaino, per favore portami la borsa un momento). Dell’uscita nel sole del primo pomeriggio, sotto quel portone, ricordo solo il tuo sollievo espresso in una spinta contro un muro. Io aderente al muro tiepido, tu aderente a me, vischio nelle mie viscere e miele in bocca.

Del viaggio in auto ricordo la luce setosa, io quieta, tu già lontano, la mano posata sulla mia coscia, una sosta nel vento. Hai detto “vedi?, questa é la mia terra”, e io non ho capito che era la sola cosa vera di quelle che ho ascoltato.

Anche se

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isole Tremiti – 2013 

 

«Incontrarsi. Sfiorarsi. Ma non è possibile dipanare il groviglio delle nostre vite, inventarne un’altra solo per noi due. Mi accontento di questo: darti appuntamento nell’aria, farti sedere accanto a me sullo scoglio, anche se non ci sei».

Sylvia Plath

Ciò che non possiamo dire

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Edgar Degas, studi per “caffè concerto”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E poesia è ciò che diviene la parola quando abbiamo saputo non dimenticare che esiste un punto, in molti vocaboli, dove questi ultimi vengono a contatto, comunque, con ciò che non possono dire.

(Yves Bonnefoy, in “osservazioni sul disegno”)

Sotto il tiglio

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La mia città é piena di tigli. Che adesso sono in fiore, ça va sans dire. Non c’è scampo dal profumo, nemmeno se ti stendi sull’asfalto o ti chiudi nell’ambulatorio del medico.
E a me il profumo dei tigli fa bene. Mi toglie l’udito, é assordante; mi ottenebra gli occhi, é vischioso come olio di nardo; mi penetra la pelle e va a depositarsi dietro la nuca, dietro le orecchie, dove i freni del razionale lasciano spazio ad un’altra me, quella senza timore.
A quindici anni ogni tiglio era perfetto per baciarsi, la schiena sul tronco rugoso, sudata, la maglia sottile che si strappava, e quella voglia che non sai ancora ma che é così forte da travolgerti. A venti era il bosco in fiore a ospitare coperte indiane che esplodevano di colore, mentre sopra esplodevi tu, scomposti i corpi e sommessi i” ti amo”, dentro quella felicità che ti toglie la voglia di morire.
A trenta ti ci sedevi sotto, all’ombra, con un bambino in braccio, e poi due, i giochi sparsi attorno; cantavi di continuo e tutto sembrava perfetto e quieto, ogni cosa aveva un posto e il profumo non era che la corona sulla tua testa, con il colore dei fiori a cingerti le labbra ammorbidite da gelati e frutta.
A quaranta ci correvi, sotto i filari o lungo il fiume, in bicicletta o a piedi, e mentre fiorivi sempre di più iniziavi a sentire la malinconia che porta il tempo, l’allontanarsi delle mani calde, la solitudine di una madre e quella di una figlia, più di tutte quella di una sorella.
Adesso, mentre cammini con la testa alta e le spalle dritte, questo odore ti riporta indietro e avanti, come sabbia lavata dalle onde. E riconosci ancora quel mollare gli ormeggi che sai tuo, che basterebbe una mano a sfiorarti la gola e cederesti. Ti lasci palpare dal profumo tutto intorno, come se fossero mani invisibili e silenziose addosso; come fosse acqua tiepida lasci che la schiena perda rigidità, che gli occhi diventino lucenti, che le ginocchia cedano. Ti trascina via, dentro un pomeriggio romano caldissimo e ti ricordi di essere stata contro uno di quei muri rosa sentendoti schiacciata da una bocca che aspettavi da tanto; o di una panchina in un parco, i conigli selvatici a rincorrersi mentre mangiavate ciliegie e quella voce a leggere per te parole nuove; e poi di una via al sole di giugno, nelle giornate in cui il cielo è a fiocchi, un vestito fragile addosso e una spallina che cadeva mentre vibrava tutto intorno a te. E i tigli lì a guardare. Sempre.
E io i tigli li amo.

Avanti

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La Secca – Moneglia – settembre 2016

Ma dobbiamo continuare
come se
non avesse senso pensare
che s’appassisca il mare.

da “La ballata di Rudi”

Elio Pagliarani 1927 – 2012