Sincerità

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Nudo disteso, Renato Guttuso

 

 

Il comportamento esteriore degli uomini è così equivoco che basta mostrarsi come si è per vivere completamente occultati e sconosciuti.

Elias Canetti, La provincia dell’uomo, 1973

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Tutto

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Tutto

Tutto –
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

(Wislawa Szymborska)

Non trovo le parole

Stanno sul terrazzino davanti al mio. È l’ora più calda adesso, le cinque sgargianti di sole, un vento pesante come fiato d’ubriaco. Io raccolgo indumenti dallo stendibiancheria, e li vedo. Lui la guarda dal basso, il capo rotondo inclinato indietro, i capelli sudati appiccicati alla fronte; una mano tesa a poggiarsi sulle sue gambe fiorite da un abito da casa, di quelli che vedi al mercato nelle bancarelle frequentate da vecchiette, l’altra mano paffuta a stringere la ringhiera verde acceso. Indossa una canottierina bianca, i piedi nudi, la bocca appena dischiusa, una sorta di amore nella posa. Lei gli accarezza il capo, le braccia morbide si muovono in una linea di tenerezza con il bambino, che appena si regge in piedi. La nonna lo prende in braccio, si fissano lungamente, lui le infila le mani nei capelli, lei gli stuzzica un orecchio, i visi seri e concentrati, non si sente alcun suono, nessuna parola viene pronunciata. I gesti sono appassionati, c’è una concentrazione così profonda e una lentezza nel loro muoversi che fa commuovere. Poi lo rimette giù, indica se stessa con un dito, incrocia le mani sul petto e infine indica il piccolo. “Ti voglio bene”. Il bambino abbraccia le gambe della nonna, e poi ripete il gesto come lo fa un bambino, potente, e sorride. Avrà un anno e mezzo, se non ricordo male. Sono i miei vicini di fronte, la mia “finestra di fronte”. Ascolto lunghe conversazioni estive, cene in cui tutto scorre nel silenzio, fra gesti che paiono danze e occhi che non perdono, mai, né un particolare né una cellula di espressione sul viso degli altri. Il suono che si sente è solo quello delle stoviglie mosse. Lucia sposta lo sguardo, mi fa ciao con la mano. Ciao, ricambio. Lancio il bacio, come si faceva da bambini, dalla mano al loro terrazzo. Adoro il silenzio. E il loro silenzio è un fiume.

Ascoltare

Ognuno ha la sua musica (credo). La sua musica costitutiva intendo, quella che suona dentro lo scorrere del sangue. E corrisponde, forse, alla musica fuori, a quella che si ascolta. Io non ho paura della musica, non me ne riempio la bocca e non sono un’esperta, semplicemente la “sento” dentro le ossa, la carne, la pelle, come una bambina o un animale.

Adesso c’è l’ufficio vuoto, un enorme palazzo pieno di luce e silenzio; e c’è Chris Cornell che mi fa alzare i capelli dietro la nuca mentre mi perdo dentro la sua voce. Fosse un altro tempo ci sarebbero lacrime, anche. Adesso c’è una sorta di lama che lavora fra le scapole, che mi fa consapevole di come sono. Una lama lucida, temperata dal suono della chitarra, affilata dalla pastosità della voce, che ferisce piano, pazientemente, precisamente, cogliendo alla fine il punto: “But when it’s my time to throw the next stone, I’ll call you beautiful if I call at all”. E’ strano come parole e suoni altrui diventino propri, o forse è perfetto così, come se ci fosse una strada che ti porta le cose agli occhi per via della legge universale per cui il nostro cuore è simile, in modo ontologico, a quello di tutti gli uomini. Adesso non ha importanza, adesso era questo di cui avevo bisogno. Di sapere che non c’è rancore, che non c’è che la mia natura a vincere sul dolore. Se mai ti chiamassi, ti chiamerei bellezza: traduco così, anche se imprecisamente, perché questa è la sola, preziosa immagine che trattengo di te.

E poi c’è il corpo che vibra, le zone oscure che s’infragiliscono, il desiderio che assalta, qualcosa che risponde a domande non ancora (o non più) poste, a ricordi. Il collo è sudato, l’aria entra dalla finestra spalancata;  fumerei una sigaretta forse, ma mi abbandono ai suoni adesso, mmaginando che sarebbe perfetto fare l’amore mentre Chris Cornell canta e il sole fa più tenere le pareti delle stanze mentre cala.
(grazie a chi mi ha fatto il dono di questa canzone, forse ha letto in me più di altri)

 

Lucciole d’estate

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Felice Casorati

Quelle ore concesse al crogiolarsi nel lucore di un futuro presunto, dell’essere trascinati via in torrenti di promessa da un amore o una passione così intensi che ci si sentiva cambiati per sempre e convinti che anche la più minuscola particella del mondo circostante fosse carica del proposito di un’impossibile grandeur; ah, sì, e si sarebbe guardato all’insù tra gli alberi e ci si sarebbe sentiti elettrizzati dal fiume sprigionato dal vento che faceva cascate del fogliame pallido, dorato, e dal cinguettio acuto e melodioso di innumerevoli uccelli; quei momenti, così numerosi e così remoti nel tempo, tornano ancora, ma brevi, come lucciole nell’afa fragrante di una sera d’estate.

Mark Strand

Vulnerabile

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Metti i pomodori, quelli piccoli dal profumo che stordisce, basta tagliarli in due; uno spicchio d’aglio fresco, un peperoncino e l’olio quello buono, accendi il fuoco e aspiri. L’acqua è in bollore, un pungo di sale grosso che ferisce la mano, generoso quel tanto, e via. Stasera cena semplice. Odori, il sole che inonda il terrazzo, di quest’ora che mette in pace e che la giornata si asciuga come lenzuola bianche, vuota anch’essa se non dei pensieri densi che colano lungo la schiena. Ti ricordi?

Mi ricordo. Un’estate all’isola d’Elba, molti anni fa, i capelli stopposi di sale e ore intere a spaccare pinoli con un sasso sotto i pini marittimi. Felicità, a sedici anni, una maglietta sopra il costume bagnato e il desiderio che ti brucia negli occhi. Il secco “toc” del sasso sul guscio piccolo e durissimo, le dita nere a snidare il pinolo candido, uno in bocca e uno nella zuppiera. Poi la corsa per la discesa, scalza sull’asfalto che brucia, al sasso grande di Cotoncello, un tuffo da dieci metri con lo stomaco in gola, e l’acqua tersa fra le gambe, fra le mani, in bocca.
Una settimana a Capri, tu che dicevi che i faraglioni erano cose per vecchi! Nuotare nell’acqua scura e profonda, il calcare delle rocce che scolora il mare, e i pesci da inseguire come una bambina, che poi vai lontano senza accorgertene e gli altri ti chiamano forte per farti tornare. Un albergo che non avresti potuto permetterti se non fosse stato per il convegno, un uomo che si siede sul tuo letto e tu, col primo reggiseno di pizzo nero e la pelle appena dorata, ti dici “sono una donna, ora”. Ventisette  anni, la testa nel vento sulla passeggiata a mare, aspiri l’odore delle braccia che ti avvolgono e lecchi la salsedine sulle mani. Ti sfiora il pensiero che Malaparte e Mann avessero ben afferrato la malìa dell’isola, ma a te importa solo del mare e di lui.
Una volta che la funivia non andava, e con il tuo amico migliore hai deciso di scendere con gli sci nel bosco, alle cinque di una sera di marzo. Quando ti senti potente la sfida ti attrae: la neve altissima e fresca, i tuoi “ce la faccio, ce la faccio” snocciolati sottovoce, e sciare saltando per emergere dalla polvere fresca, odori che accarezzano il naso, la luce che si fa rosa, inseguire Umberto fra i pini e i larici altissimi. Il cuore all’impazzata, il fiato grosso, una gioia che ti farebbe esplodere la tuta rossa per lasciar uscire il cuore a urlare “io ci sono!”; ed è così che arrivando alla fine ti senti, senti che ci sei. Ridi, togli gli sci, pochi passi a casa, citofoni, abbracci tua madre, sei forte.

Quella condizione di vulnerabilità del cuore in cui anche i dettagli più minuti e banali assumono un carattere luminoso, trasfigurante.
(Jonathan Coe, La casa del sonno)
Il cuore vulnerabile è tuo, dove vulnerabile sta a significare che davvero ogni dettaglio trasfigura, nel bene e nel male. Sei fatta così, un pugno di carne che pulsa.