No lies

FCE4F6C4-6F1E-4458-A49D-E1BCB5E72837

23.37, suburbia.

Una donna magra vestita di nero entra nel portoncino di un palazzo fatiscente. Camminava sicura arrivandoci, i tacchi grossi sotto i jeans attillati, la cintura di un cappotto troppo leggero stretta in vita, un cappello elastico che sembra un pandoro da cui escono capelli arancio cupo. Il rumore dei suoi passi è bello, un metronomo veloce e deciso. Dal finestrino del passeggero ti chiedi come mai non abbia paura. Neanche tu ne avresti, di notte cammini da sola sempre allerta, sguardo in basso, furtiva.
Lí a tre metri una donna grassa, giovane, molto grassa sì. Getta una carta a terra, cammina lenta e incerta, i fuseaux sfregano fra loro dall’inguine fino alle ginocchia. Pensi che deve fare male. Un pile grigio chiaro, chioma raccolta in una crocchia, forse ha una trentina d’anni. La pelle è candida e tirata, gli occhi infossati e scontenti. Entra nel negozio etnico aperto ventiquattr’ore appena prima del portoncino. Sembra sospirare di sollievo, raccatta una manata di Mars e va verso il pakistano abbandonato su una poltrona da ufficio a cinque ruote mezza sbilenca e gli piazza in mano i quattrini. Lei ha paura, ma non degli altri. Scatta il semaforo, riparte la tua auto.
Mi spieghi di nuovo
che razza di felicità, dottore,
nel non lasciarsi ferire…
andare al proprio sonno
nell’abbandono che ripara
scegliendo di dimenticare
cancellare
non guardare
non mostrare
non voler sentire, capire, conoscere.
Mi dica ancora
se questa sigaretta, dottore,
la posso fumare su un ponte
e spegnermela addosso, urlando,
forse magari sentirò il dolore
per un motivo assurdo,
il ferirsi da sé per scontare qualcosa.
Le racconto di nuovo se vuole
dei sogni che faccio, dottore,
lei dice sempre che aggiustano le cose,
e io mi ci tuffo
come nello sterco i maiali,
desiderandoli,
affamata  come un bulimico.
Che squallore, che pena, che sconcio
questo corpo morto
che non aspetta più i miei pensieri,
che ride sguaiatamente dei miei desideri.
Che pietà queste mani sempre impegnate,
fanno male e sono deboli attrici
di impasti, di gesti consueti,
di quei niente che percorre
ogni ora, ogni giorno, ogni qui,
senza un luogo dove posarsi.
Che me ne farò, mio buon dottore,
di questi occhi acuti
del non esser buona che ad osservare,
del non esser buona a niente di reale,
a niente che il mondo voglia?
Sono sempre in bilico sul precipizio
indecisa se salvarsi sia restare inerte
o squarciare il petto dei benpensanti
sanguinando davanti ai loro sguardi,
dormire ancora nel ghetto
o lanciarmi nel vuoto gelato,
ossigenato, splendente di terrore.
Ma lei lo sa, dottore, non è così?
Che abito qui, a metà, dove tutto
è consegnato al sacro, maledetto altare dell’equilibrio.

6 risposte a "No lies"

  1. Stupendo, davvero.
    Solo tu muovi i sentimenti dal profondo. Chi ti legge non può restare indifferente. No, non può.
    La tua parola è sangue, carne, respiro, battito. Tutto è tremendamente vero.
    Ed è vero, sì. Siamo osservatori, acuti se vuoi, ma indolenti. Non agiamo. Qualcosa ci induce a pensare che non possiamo.
    Ma tu, tu, fai già molto. Lo sa bene chi ti legge.
    Grazie.
    P.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...