Sonata (brevissima)

 

 

 

Lui era uno che non si accontentava di poco, questo lo aveva capito subito, non foss’altro che per quella inflessione nella voce, un cosiddetto difetto di pronuncia, che faceva sì che certi suoni prendessero più forza e che lui usava come un musicista; metteva al momento giusto i “pianissimo”, quando sapeva come accarezzare la fragilità, o gli “andante con brio” nelle fasi di corteggiamento sapendo di ottenere risate piene dalla gola ormai secca di lei. E quando era il momento, allora dirigeva il suono della voce e del difetto nelle profondità più oscure, lasciando che lei si commuovesse di un particolare stato di attenzione che sembrava riservarle.

A lei piaceva, le piaceva il difetto, il rotolare del suo modo di ridere, l’affanno di quando parlava con lei camminando, il “sottovoce” baritonale dei momenti di fuga. Che dire di lei? Non considerava onta dichiararsi stupida. Di quella stupidità dettata dalla fame, la stessa che spinge un bambino che non mangia da giorni a ringraziare per un pezzo di pane secco. Era altro genere di fame, ed era una fame che avrebbe accettato, non consapevolmente, di prendere un accenno di consenso per un gesto d’amore.
Stupida, appunto.
Quella voce a lei ricordava il canto di una viola da gamba. E ci si era persa. Senza tornare mai più. Ma da sola. Lui aveva smesso di cantare. Almeno per lei.
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