Stella

Tiene in mano l’ago con una grazia potente, in modo forte e lieve insieme. La vedi con lo sguardo serio e intento dietro gli occhiali color melanzana che danno al viso un tono più serio, e vedi le mani volare su quel grigiobianco ruvido e corpulento come accarezzando qualcosa di prezioso. Seduta a terra sul molo, i piedi scalzi, le gambe incrociate e scure, i capelli come nidi di rondine dorati, ripara la rete da pesca e hai la sensazione che annusi ogni centimetro quadro che le scorre in mano, come riconoscesse ogni posto dove è stata calata.
Non lo sa Stella, come sia arrivata lì. Fin da bambina, quando i genitori la conducevano in vacanza al mare, era sempre stata affascinata da quegli uomini rinsecchiti e forti, dalle barche che odorano di salsedine e gasolio e vita perduta, e soprattutto dalle reti e da coloro che ne tramavano le forme. Aveva osservato per anni e anni, bambina, ragazza e poi donna, in ogni porto e su ogni spiaggia, quel lavoro paziente e doloroso, un lavoro puzzolente e ruvido, il lavoro di cui si dice “qualcuno lo dovrà pur fare”. Dentro i suoi occhi non vedeva nemmeno le mani operose, vedeva soltanto la rete fluttuare leggera nell’acqua, volare aggraziata sullo sfondo del blu e dell’azzurro e del verde. La vedeva avvolgersi crudele intorno a branchi di pesci stolidi e metallizzati, abbracciare come un traditore creature fragili e sode di vita, e poi chiudersi come un cappio a trattenere guizzi isterici fino a che liberava di nuovo quella massa argento su assi di legno scheggiate. Distoglieva lo sguardo dai morenti, e ritornava alla rete che si rigettava in acqua, a caccia di vita. Così vedeva, e così capiva che doveva essere.
Capitò un giorno, così, si fermò ad osservare gli aggiustareti più a lungo, e un vecchio dalla camicia candida e le mani di carbone si avvicinò e prese le sue mani. “Hai mani di una polena, mani coraggiose. Vieni, ti mostrerò come si fa…”. Così imparò quell’arte umile e persa nel tempo, pazientemente accoccolata accanto a uomini duri di sole e dolci di ritorni. Imparò, e lì si fermò. Una stanza e un fuoco, tutto ciò che aveva. I pescatori del luogo iniziarono ad affidarle lavoro, e lei rimagliò reti e cuori, offrendo di nuovo occasioni di raccolto e calore di braccia. Mentre dentro fioriva di corolle invernali, di ghiaccio intarsiato, e fra i capelli lanosi abitavano ancora sogni e desideri mai accolti. E più dura si faceva dentro, più morbida appariva agli occhi, con quelle braccia dalle movenze lente, il collo disteso al cielo, la pelle caramellata e liscia, il profumo di limoni e sale addosso.
Quando lo vide osservarla seduto su una pila di scotte si spaventò, e si ritrasse istintivamente a suo modo, mostrando qualcosa di orrendo di sé. Perché lui se ne andasse, lei finse di non sentire le sue parole curiose prima, e gli offri il racconto della sua vita poi. Una vita che lei aveva amato e maledetto insieme, una vita da non scrivere mai. Ma lui ogni giorno tornò, lo sguardo paziente e sereno, a sedersi su quella pigna di scotte che pian piano prendeva la sua forma, e così iniziò a prendere forma nel cuore di quella Stella pungente senza che lei potesse opporre la sua pur tenace volontà. Semplicemente diventò un pezzo di lei, accomodandosi come fosse sempre stato lì, riempiendo tutto quel secco vuoto che lei aveva accuratamente custodito e impermeabilizzato per non allagarsi più.
Rimagliava reti con gesti da ricamatrice, e più lui prendeva spazio nei suoi gesti e nelle sue viscere, più il suo lavorare diventava luminoso. Iniziò ad usare fili di colori diversi, come parole più liete, a chiudere con pazienza e amore gli strappi come fossero ferite, a orlare i bordi con colori delicati come fossero gonne da sera. Le sue reti riconsegnate agli sguardi amorosi dei proprietari suscitavano stupore. A volte li accompagnava in barca, le calate del mattino presto che amava, con la luce che viene e la superficie oleosa e specchiata. Calavano, e si fermavano ad osservare la rete nella trasparenza. Adesso prendeva la forma e il colore di una sirena, screziata di verdi cangianti e oro, e poi danzava nell’acqua come una libellula, a tratti trasparente e guizzante, a tratti immobile. A volte aveva l’aspetto di una gigantesca luna rosata, o di una conchiglia pallida, e mille altre forme che le sue mani avevano lasciato uscire. I pescatori guardavano la rete, e guardavano lei in piedi sulla poppa della barca, dritta e asciutta, scura e trasparente insieme; e vedevano le lacrime spuntare da ricci aggrovigliati e fluidi, la presa solida delle mani sul montante di calata, i piccoli piedi con le dita avvolte sul bordo del legno aspro a trattenersi, e leggevano il cuore che pulsava di nuovo, e gli occhi non più oscuri. Aspettava osservando la luce infrangere la linea dell’orizzonte, aspettava di nuovo. Quando il giorno saliva e rendeva l’aria fulgida, scendeva dal bordo della poppa, andava a prua, sedeva -le gambe penzoloni sull’acqua – e mormorava “adesso voglio tornare a casa”. Guardava la riva, il porto, e attendeva l’attracco con un sorriso nascosto nel petto, spettinata dal vento, calda di sole.

 

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Silenzi

 

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La Parola è uno dei sintomi dell’affetto
e il Silenzio l’altro.
La comunicazione perfetta
nessuno può udirla.

(Emily Dickinson)

Forse davvero la perfezione è questo. Sapere questo, vedere questo, e poterlo vivere.
Una lunga conversazione aperta, e un lungo silenzio dopo, osservando l’orizzonte. Un lungo scambio di gesti carnali, e un pacificante silenzio sazio dopo. Un pomeriggio di musica che ti fa tacere mentre leggi, uno accanto all’altro, un lembo di gamba accostata, uno sfiorarsi di dita o di sguardo muti. Partecipare ad una festa concitata e scambiarsi un’occhiata in cui ci si dice tutto. Una cena senza il silenzio patetico di chi non ha nulla da dirsi, ma quello attento del gustare insieme i sapori e il vino dentro una conversazione di occhi, di piedi sotto il tavolo, di sorrisi. Non un pensiero maligno che si scosti dalla vicinanza semplice, di cui godere senza curarsi di ciò che sta intorno.

Tutto

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Tutto

Tutto –
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

(Wislawa Szymborska)

Non trovo le parole

Stanno sul terrazzino davanti al mio. È l’ora più calda adesso, le cinque sgargianti di sole, un vento pesante come fiato d’ubriaco. Io raccolgo indumenti dallo stendibiancheria, e li vedo. Lui la guarda dal basso, il capo rotondo inclinato indietro, i capelli sudati appiccicati alla fronte; una mano tesa a poggiarsi sulle sue gambe fiorite da un abito da casa, di quelli che vedi al mercato nelle bancarelle frequentate da vecchiette, l’altra mano paffuta a stringere la ringhiera verde acceso. Indossa una canottierina bianca, i piedi nudi, la bocca appena dischiusa, una sorta di amore nella posa. Lei gli accarezza il capo, le braccia morbide si muovono in una linea di tenerezza con il bambino, che appena si regge in piedi. La nonna lo prende in braccio, si fissano lungamente, lui le infila le mani nei capelli, lei gli stuzzica un orecchio, i visi seri e concentrati, non si sente alcun suono, nessuna parola viene pronunciata. I gesti sono appassionati, c’è una concentrazione così profonda e una lentezza nel loro muoversi che fa commuovere. Poi lo rimette giù, indica se stessa con un dito, incrocia le mani sul petto e infine indica il piccolo. “Ti voglio bene”. Il bambino abbraccia le gambe della nonna, e poi ripete il gesto come lo fa un bambino, potente, e sorride. Avrà un anno e mezzo, se non ricordo male. Sono i miei vicini di fronte, la mia “finestra di fronte”. Ascolto lunghe conversazioni estive, cene in cui tutto scorre nel silenzio, fra gesti che paiono danze e occhi che non perdono, mai, né un particolare né una cellula di espressione sul viso degli altri. Il suono che si sente è solo quello delle stoviglie mosse. Lucia sposta lo sguardo, mi fa ciao con la mano. Ciao, ricambio. Lancio il bacio, come si faceva da bambini, dalla mano al loro terrazzo. Adoro il silenzio. E il loro silenzio è un fiume.

Ascoltare

Ognuno ha la sua musica (credo). La sua musica costitutiva intendo, quella che suona dentro lo scorrere del sangue. E corrisponde, forse, alla musica fuori, a quella che si ascolta. Io non ho paura della musica, non me ne riempio la bocca e non sono un’esperta, semplicemente la “sento” dentro le ossa, la carne, la pelle, come una bambina o un animale.

Adesso c’è l’ufficio vuoto, un enorme palazzo pieno di luce e silenzio; e c’è Chris Cornell che mi fa alzare i capelli dietro la nuca mentre mi perdo dentro la sua voce. Fosse un altro tempo ci sarebbero lacrime, anche. Adesso c’è una sorta di lama che lavora fra le scapole, che mi fa consapevole di come sono. Una lama lucida, temperata dal suono della chitarra, affilata dalla pastosità della voce, che ferisce piano, pazientemente, precisamente, cogliendo alla fine il punto: “But when it’s my time to throw the next stone, I’ll call you beautiful if I call at all”. E’ strano come parole e suoni altrui diventino propri, o forse è perfetto così, come se ci fosse una strada che ti porta le cose agli occhi per via della legge universale per cui il nostro cuore è simile, in modo ontologico, a quello di tutti gli uomini. Adesso non ha importanza, adesso era questo di cui avevo bisogno. Di sapere che non c’è rancore, che non c’è che la mia natura a vincere sul dolore. Se mai ti chiamassi, ti chiamerei bellezza: traduco così, anche se imprecisamente, perché questa è la sola, preziosa immagine che trattengo di te.

E poi c’è il corpo che vibra, le zone oscure che s’infragiliscono, il desiderio che assalta, qualcosa che risponde a domande non ancora (o non più) poste, a ricordi. Il collo è sudato, l’aria entra dalla finestra spalancata;  fumerei una sigaretta forse, ma mi abbandono ai suoni adesso, mmaginando che sarebbe perfetto fare l’amore mentre Chris Cornell canta e il sole fa più tenere le pareti delle stanze mentre cala.
(grazie a chi mi ha fatto il dono di questa canzone, forse ha letto in me più di altri)

 

Lucciole d’estate

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Felice Casorati

Quelle ore concesse al crogiolarsi nel lucore di un futuro presunto, dell’essere trascinati via in torrenti di promessa da un amore o una passione così intensi che ci si sentiva cambiati per sempre e convinti che anche la più minuscola particella del mondo circostante fosse carica del proposito di un’impossibile grandeur; ah, sì, e si sarebbe guardato all’insù tra gli alberi e ci si sarebbe sentiti elettrizzati dal fiume sprigionato dal vento che faceva cascate del fogliame pallido, dorato, e dal cinguettio acuto e melodioso di innumerevoli uccelli; quei momenti, così numerosi e così remoti nel tempo, tornano ancora, ma brevi, come lucciole nell’afa fragrante di una sera d’estate.

Mark Strand